banner
rubrica

L’altro volto di Simenon

“La verità non sembra mai vera“.

Il libro che  ho deciso di propinarvi questa settimana è ‘Lettera al mio giudice’, di Georges Simenon.lettera2 Sì proprio questo qui a destra. Suppongo che conosciate un po’ tutti l’autore, Simenon per l’appunto, ma immagino lo conosciate soprattutto per le inchieste del suo personaggio più famoso: il commissario Maigret e non per i suoi romanzi. Confesso che avevo delle riserve- io detesto i gialli- sul suo conto e poi credo di essere rimasta traumatizzata dalla visione da uno dei film tratti dai suoi gialli: mia madre è patita del commissario Maigret e decisa a farmi entrare “nell’atmosfera parigina che ti piace tanto”  (cito testualmente) mi piazzò qualche anno fa sul divano consigliandomi caldamente la visione di un film con Gino Cervi che impersonava il burbero commissario. Penso di aver perso conoscenza dopo un minuto e mezzo al massimo. Ebbene, dopo quell’esperienza mi rifiutai sempre più cocciutamente di leggere qualsivoglia giallo di Simenon. Ma l’astuta genitrice, subdolamente, mi passò la scorsa settimana il romanzo- che io, altrettanto subdolamente, consiglierò a voi-dicendomi: ” Eddai su! La devi superare! -come se si trattasse di un momento oscuro della mia vita- Questo è un romanzo e non compare Maigret, non è un giallo, prova!” . Neanche dovessi prendere una medicina. Ebbene, questo romanzo è stupendo: Simenon descrive le ambientazioni i gesti delle persone, le atmosfere in maniera semplicemente perfetta. Sembra quasi di viverla la provincia francese da lui descritta. La sua bravura però non si esaurisce nella precisa descrizione degli “arredi” del romanzo: riesce anche a penetrare il vissuto dei protagonisti. Ohi che frasona. Ora per vedere se l’ho capita davvero anche io provo a spiegarla: la trama di Lettera al mio giudice è esattamente quella descritta nel titolo. Ahahah.. beh è vero. L’intero romanzo è un lettera scritta dal protagonista a processo ormai finito al suo giudice istruttore:

Dottor Ernest Coméliau,
Giudice istruttore,
23 bis, rue de Seine
Parigi (VIe)

Signor giudice,
vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei.
Durante le settimane dell’istruttoria abbiamo passato lunghe ore insieme: ma allora era troppo presto. Lei era un giudice, il mio giudice, e io avrei fatto la figura di chi cerca di scolparsi. Adesso sa che non si tratta di questo, vero?

L’intero romanzo è quindi il disperato tentativo di un uomo di farsi comprendere da qualcuno, sintetizza in breve ciò che noi tentiamo di fare ogni giorno con le persone che ci sono vicine: cerchiamo in ogni modo di trovare chi riuscirà davvero a capire cosa stiamo facendo e perchè.  L’esito della ricerca non sempre va a buon fine ma….  Quello che voglio dire è che per quanto la storia del protagonista possa sembrare banale ciò che veramente colpisce di questo romanzo è la profonda umanità con cui Simenon tratta il protagonista, la finezza psicologica con cui arriva a cogliere tutte le sfumature di un rapporto turbolento e passionale che porta il protagonista a subire il processo, senza mai cadere nella trappola del cliché dell’amante geloso o in quello della storia d’amore tragica.

In teoria l’articolo sarebbe finito qui, perchè ho finito di presentarvi il libro del mese e quindi dovreste essere abbastanza soddisfatti, almeno spero. Nel frttempo però, mi sono presa la briga di leggere altri due romanzi di Simenon- non i gialli- azione sottolineata da un poco elegante ghigno di vittoria di mia madre, e vi garantisco che sono capolavori; mi limiterò a citarne i titoli e ad invitarvi calorosamente (si dice?) a leggerli: I fantasmi del cappellaio e Gli intrusi. I personaggi sembrano spuntare fuori dal romanzo tanto sono descritti bene e forse, come è capitato alla sottoscritta, vi sembrerà di essere stati almeno una volta nella vita al posto loro, non per ciò che capita loro ma per come lo vivono.



La Parigi nascosta

“Tutti gli Arabi sono uguali, gli dai una mano e loro vogliono tutto il braccio.”

Non indovinerete mai chi pronuncia questa frase.. Bene allora ve lo dico, non voglio lasciarvi troppo sulle spine: è un ragazzino arabo di nome Mohammed, detto Momò, protagonista del libro che vi presenterò oggi.  Il libro in questione è La vita davanti a sé, opera che valse il Prix Goncourt al suo autore; quindi se non vi fidate di me, fidatevi almeno dei francesi. ahaha! scusate.

copertinagary4A onor del vero per una volta mi trovo d’accordo con i cugini d’oltralpe:  l’autore, di cui non vi ho ancora detto il nome- per il semplice motivo che lo metterò alla fine per costringervi a leggere tutto l’articolo-  racconta la vita di un figlio di puttana che abita in una pensione per figli di puttana, tenuta da una vecchia prostituta in pensione ,dal punto di vista di un ragazzino di dieci anni -nel corso del libro scopriremo che ne ha quattordici ma è una storia lunga e se volete saperlo leggetelo- il chè rende l’atmosfera più leggera, circondata da una sorta di ingenuità infantile assolutamente priva di pregiudizi o luoghi comuni che consente di presentare la vita nel quartiere di Belleville con un candore ironico e quasi commovente. Sto scrivendo un sacco di cose inutili vi chiedo scusa.  Entriamo un po’ nel vivo della faccenda.

 ” Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche Ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.”

Dalle prime otto righe avete già capito il tono, l’ambiente i colori, gli odori e lei:  Madame Rosa. Una vecchia, grassa, malandata prostituta ebrea che rappresenta l’unica forma di affetto conosciuta da Momò, ragazzino musulmano allevato da un’ebrea e aiutato nella vita quotidiana da un travestito senegalese e da un mangia fuoco camerunense. Pensate se fosse capitato a Calderoli…  Essendo il narratore completamente privo di ogni tipo di pregiudizio lo spaccato della vita di ognuno dei personaggi bizzarri e fuori dal comune che troviamo nel corso del libro è assolutamente realistico: nessuna opinione costruita si frappone tra noi e loro e possiamo quasi vedere la piccola comunità di camerunensi forzuti che di giorno pulisce le strade e fa il mangiafuoco e di sera sale quattro piani di scale per aiutare la vecchia pensionante ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento che non ci sta più tanto con la testa. Pssiamo anche sentire la femminilità del travestito, sempre profumata e imbellettata (molto brutta come parola ma rende l’idea) e il cui sogno più grande sarebbe quello di avere un figlio ma la natura l’ha dotata di un di più che a suo dire però la rende attrente: “un bel paio di tette e il cazzo che si può volere di più? “.

Il bello del romanzo è che non si limita ad essere una cronaca vissuta e divertente del quartiere più degradato di Parigi ma è anche una tenerissima storia di amore i cui protagonisti sono  una vecchia donna ebrea sola al mondo e un ragazzino arabo figlio di puttana senza nessuno al di fuori di lei. Il loro legame all’interno del libro è trattato con una delicatezza sorprendente, che non ricade mai nel melenso o nel dramma: il fatto di essere un arabo e un ebrea crea una tensione narrativa molto coinvolgente che resta sempre sul filo dell’ironia, con considerazioni molto sarcastiche sulla natura di entrambi i popoli che strappano sempre un sorriso. Mi sono annoiata di scrivere come fossi un libro stampato, spero non vi siate voi annoiati troppo, perchè è giunta l’ora di svelare l’autore: Romain Gary. lui

 Affascinante eh?  Se non siete stati così famelici da buttarvi sul link, vi dirò io stessa due parole sulla sua vita, se vi siete già sparati tutta wikipedia io vi dirò una cosa che lì non c’è! vi ho in mano non è vero? no?  peggio per voi! Innanzi tutto Romain Gary non è che uno pseudonimo, il suo vero nome è Roman Kacew e lui era lituano di origini russe con padre ebreo, emigrato in Francia.  Vinse il suo primo premio Goncourt nel 1956 con il libro Les racines du ciel   e il secondo con La vita davanti a sé  diciannove anni dopo. La curiosità è che lo pubblicò con lo pseudonimo Emile Ajar, nome che venne attribuito ad un parente di Gary il quale stette al gioco e si occupò delle relazioni con la stampa e quant’altro. Si scoprì la verità qualche mese dopo la morte dello scrittore quando fu pubblicato il libro Vie et mort d’Emile Ajar .  

Vorrei spendere qualche parola sulla morte di questo grande della narrativa francese: morì suicida , come la moglie Jeanne Seberg , sparandosi un colpo di pistola in bocca. Prima di compiere questo terribile gesto però - ecco la curiosità- si recò in un costosissimo negozio di Parigi  in Place Vendôme e acquistò una vestaglia di seta rossa che rendesse meno cruenta la scena mimetizzando un po’ il sangue.  Il motivo del suicidio secondo me lo intuirete all’interno del romanzo stesso, espresso da Madame Rosa in diverse occasioni: era terrorizzato dall’idea di non poter più vivere, inteso nel senso più alto ed edonista del termine,  e di essere costretto ad una sorta di sopravvivenza priva di qualsiasi piacere.

 Credo che si possa definire un dandy, ironico, sensuale, affascinante e tragico.      

          



Cura per capelli grigi

«C’è solo una cura per i capelli grigi. L’ha inventata un francese. Si chiama ghigliottina.»

P.G.WodehouseTerribile no? Io lo trovo geniale! Mi riferisco oviamente all’autore di questa massima: P.G.Wodehouse.

Non mi metterò a scriverne la biografia, perchè sono sicura che come me anche voi sarete in grado di andare a scartabellare sui siti appositi.

Quello che mi interessa invece è parlarvi dei libri di questo autore che considero tra i migliori della letteratura inglese.
La sua grande forza è quella di essere riuscito a stereotipare i personaggi tipici dell’Inghilterra vittoriana per restituirceli nella loro caricatura più grottesca. Che frase difficile…

Mi spiego: la satira, l’ironia dei costumi è difficile da tramandare nel tempo, perchè nel tempo le peculiarità di un epoca, i personaggi che hanno fatto scalpore, si perdono. (Questa è anche una mia speranza sulla società attuale…) . Wodehouse invece è riuscito a conservare l’atmosfera del suo tempo forzando la natura dei suoi personaggi e dando loro delle caratteristiche così assurde che hanno però il grande merito di rispettare gli stereotipi che ne abbiamo tutt’ora : anche adesso infatti i suoi libri fanno sorridere e non perdiamo nulla di quella che era la forza originaria del testo.
Chi di voi non si è mai immaginato il classico lord inglese, anziano, un po’ rimbambito, dedito soltanto alla cura del suo giardino e incurante dei problemi intorno a lui? Questi non è altro che Lord Emsworth, buffissimo personaggio assillato dalla presenza della sua terribile sorella e dalla pedanteria del suo segretario che lo costringe ad interessarsi degli affari del castello. La vicenda nasconde anche un intrigo sentimentale: la  nipote di Lord Emsworth è innamorata di un giovane senza un quattrino; la vecchia zia tenta in tutti i modi di impedire le nozze, ma un fucile ad aria compressa sequestrato al nipotino risolverà tutti i problemi del castello!

jeeves«Jeeves, chi era quel tale che guardava qualche cosa, e questo gli ricordava un altro tale che guardava qualche cosa d’altro? Ho imparato quel passo a scuola ma non me lo ricordo più.»

«Suppongo che il personaggio che lei ha in mente, signore, sia il poeta Keats il quale paragonava le sue emozioni quando aveva letto la versione di Omero redatta da Chapman con quelle del vigoroso Cortés quando con i suoi occhi d’aquila contemplò per la prima volta l’Oceano Pacifico.»

Mi è sembrata questa la migliore presentazione per un altro personaggio di cui Wodehouse è il creatore: il maggiordomo Jeeves. Alle prese con un datore di lavore piuttosto difficile da gestire, Jeeves riesce sempre a risolvere la vicenda in modi del tutto originali e tali da far sì che il suo ‘padrone’ non  ne venga danneggiato.  Questa figura, assolutamente imperdibile per chi voglia farsi due risate, la troviamo in più testi: L’uomo con due piedi sinistri, L’inimitabile Jeeves, Avanti Jeeves … Tutte le opere qui citate sono raccolte di racconti che in qualche caso sono collegati tra loro, in modo da sembrare quasi una sorta di romanzo a puntate. Ah.. la butto lì… tutta la saga del giovane Mulliner è imperdibile!!

Concludo dicendovi che chi è in cerca del mattonazzo sentimentale non dovrà assolutamente avvicinarsi alle opere di Wodehouse, chi invece è alla ricerca di una bel libro da leggiucchiare nei momenti morti, senza troppo impegno ma con la vivacità giusta troverà proprio in Wodwhouse un grande compagno di sale d’attesa o viaggi in pullman.

Buona lettura a tutti voi!