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rubrica

J’accuse!

26052008150130_cop-ricciotti_hqe1“Argomento intoccabile, l’esigenza ambientalista, riduce velocemente l’energia critica, con l’efficacia paramilitare di una nuova dittatura del pensiero. Il carattere anestetizzante di un muro vegetale irrigato goccia  a goccia è la forma più cinica e intollerante della dottrina HQE, futuro oppio dell’urbano.†Rudy Ricciotti

Come direbbe il mio amico Semola “è più facile adeguarsi al pensiero dominante che dire come la si pensa, davvero.â€Â  Lui lo direbbe con un tono di voce greve, mentre, con il gomito appoggiato al tavolo di legno, si porta alla bocca un bicchiere pieno di birra. Poi scuoterebbe la testa come a dire: si, noi ci adeguiamo.

A volte l’architettura ha bisogno di leggi, teorie, dibattiti. E poi, ne siamo sicuri, ha bisogno di dubbi.

Bene, oggi, nel nome del dubbio, vorremmo leggere insieme a voi, una lettera al vetriolo scritta dall’architetto francese Rudy Ricciotti in risposta alle norme HQE (in italiano: Alta Qualità Ambientale) e al concetto di “sostenibilità ambientale”, nuova parola d’ordine della cultura architettonica dominante. Oggi vogliamo proporvi una risata fuori dal coro, uno schiaffo al giusto e al buono.

Perché è giusta e buona la dottrina dell’ eco-sostenibilità: ne sono piene le riviste e le università. E vecchi saggi armati di saio e cilicio invocano dai lori pulpiti la redenzione dei peccati. Santi loro, santi tutti, santi subito.
Saranno forse i novelli savonarola dell’ambiente ad avere ispirato ad una nota università italiana un concorso rivolto ai suoi studenti: l’integrazione del fotovoltaico nelle strutture dei benzinai! (many thanks to L.B).
Ora, non che si voglia per forza polemizzare, ma, santo cielo (espressione dolente).
Sembra proprio che non ci sia altra conclusione che quella a cui arriva il polemico e combattivo architetto francese: “ Ho capito, ci prendono per coglioni.â€

La lettera in questione è stata pubblicata nel 2006 in Francia e nel 2008 in Italia per Alinea Editrice. Una boccata di irriverenza e d’aria fresca. Quasi meglio dei sistemi di ventilazione naturale. Ricciotti si scaglia con violenza contro quella che lui ritiene essere una “dittatura del pensiero†perpetuata dai feroci “khmer verdiâ€. È preoccupato dalla omologazione a cui sembra andare incontro l’architettura, in nome di principi tecnologici che domani mattina saranno buoni per il macero.
“Grazie, tecnocrati della famiglia equina dalle lunghe orecchie, che ci legalizzate la bruttezza al posto di legalizzare la marijuana. Ma fumate piuttosto.â€
Il suo attacco è duro, violento. Ma non contro l’ambiente o la sua tutela: è una voce che si solleva contro il falso buonismo ambientalista, risolutore di ogni male.

Venuto fuori da un romanzo di Jean Claude Izzo o da qualche angolo del porto di Marsiglia, l’architetto francese non ha paura di non indossare l’ormai consueto “pellicciotto verde” e ci mette in guardia dai pericoli di una cultura anestetizzata e piatta.

“L’architetto deve essere verde d’ora in poi, cool, regista della propria simpatia [...] addirittura green e talvolta hyper green. Spariamo cazzate…”
“Architetti coglioni! coglioni! coglioni! coglioni! tutti insieme allo stadio, a braccetto, saltando!”

Il re è nudo! Il re è nudo!



una macchina (da scrivere) per abitare

serra

Sarà una risata che vi seppellirà!
Questa e altre scritte inneggianti ad un potere delegato all’immaginazione, si potevano leggere sui muri della Sorbona, a Parigi, nel ‘68. Da lì a poco, proprio nella capitale francese, sarebbe nato un nuovo edificio, il Centre George Pompidou di Piano e Rogers (1972-76): una macchina urbana che con il suo volume, i suoi colori, i suoi tubi, le scale mobili in facciata e le enormi orecchie a uscire dal terreno della piazza di fronte, sarebbe risuonato come una risata per mettere a tacere i conservatori e i noiosi. Ma oggi non ci occupiamo del noto edificio francese.
Il nostro scenario è quello di una sonnolenta e graziosa cittadina piemontese: Ivrea, dove, nel 1967 (segnatevi la data e confrontatela con quella di costruzione del Beaubourg), parcheggiò in divieto di sosta, tra le quiete case del centro storico, qualcosa che ricorda più un’astronave di un fumetto degli anni ’60 che un serio edificio voluto dalla società Olivetti, in quegli anni artefice dello sviluppo industriale e urbanistico della città.
L’edificio in questione è il Centro di Servizi Sociali e Residenziali Est (divenuto poi Hotel La Serra) degli architetti veneziani Iginio Cappai e Pietro Mainardis. Edificio che per tanti aspetti può ricondurci al capolavoro di Renzo Piano.

Nessuna voglia di raccontarvi le vicende costruttive, giudiziarie e riguardanti i problemi di utilizzo (pubblico e privato) di questo oggetto incastratosi tra le strette vie del centro eporediese.
La rubrica tratta dell’irriverenza e accoglie, l’abbiamo già detto, come la risata di una ragazza con gli occhi verdi, la spinta creativa di questo edificio.
Gli stessi autori, in un testo scritto per Casabella nel ‘77 (n.422) ammettono il triste fallimento dell’operazione culturale alla base del progetto.serra2

“ […]  ci si era posti il problema di dare agli utenti un recapito che non fosse solo il soggiorno, il cucinino e la solita camera da letto […], si sarebbe potuto creare un centro di riferimento per gli abitanti e i non abitanti di Ivrea. Era un’idea come tante altre che allora circolavano, forse nell’ambito di quell’ eccessivo ottimismo di cui ora ci lecchiamo ben altre ferite. […] Conveniva o no continuare con questa impresa? Un calcolatore elettronico, dopo mesi di sibili e ruggiti, deve aver borbottato un “mah!”. […] pur essendo in centro a una città, pieno di servizi e di spazi pedonali pubblici protetti, questo complesso resta deserto e quindi privo del suo scopo sostanziale.[…] “

Ci basti questo per capire le aspirazioni disattese, e forse gli errori, dei due progettisti.
Fermiamoci piuttosto a giocare con questa enorme macchina da scrivere.
Sì, perché è proprio al più celebre prodotto della Olivetti che i due architetti decisero di riferirsi (per renderle omaggio o forse per sfotterla), costruendo una sorta di scultura abitabile a ridosso di antichi muri in mattoni. Uno schiaffo in “ questo paesaggio gommoso e presso-statico che vuole costantemente far da sfondo alla nostra esistenzaâ€. Fermiamoci a giocare con i tasti metallici: capsule abitabili e apribili come serrande o macchinari di fantascienza low-tech. Perdiamoci negli infiniti livelli, corridoi, logge che attraversano come arterie il corpo di questa macchina.
Gustiamoci per un momento l’idea di essere finiti in un fumetto che descrive un futuro disatteso, fatto di passi nell’aria senza atmosfera e di modi di vivere diversi da quelli fino ad allora proposti. Un immaginario fatto di dirigibili e pop art, un edificio che avrebbe voluto essere prosecuzione della città fin dentro agli appartamenti. Senza confini, ne muri. Un gesto irriverente e ironico a scuotere la normalità di “ un centro impolverato, oltre che storico.â€

Non sappiamo se sia, come scrisse Bruno Zevi “ un’opera eccezionale nella quale convergono, interpretate con intelligenza, tutte le varianti del linguaggio architettonico modernoâ€, o un’occasione perduta come sembrerebbe sottolineare il fatto che oggi sia quasi totalmente disabitata e difficile da gestire.
Sappiamo che la risata è stata forte.