All’anagrafe in Maryland nasce nel 1946 come Harris Glenn Milstead, ma a tutti è nota come Divine: il più celebre e irriverente travestito d’America. Protagonista e prima donna di alcune delle pellicole più provocatorie del cinema camp, Divine deve in parte il suo enorme successo alla perfetta simbiosi artistica con il cineasta John Waters. Perle di un cinema trash che hanno prepotentemente disegnato le indelebili orme di Harris “Divine” Milstead sul red carpet del cinema underground: Milstead era uomo timido e introverso nella vita “reale”, mentre oltre l’obiettivo il suo alter ego femminile esplodeva come una delle protagoniste indiscusse della scena Lgbt e non. Proprio John Waters dirige la diva nel suo primo ruolo in ”Pink Flamingos” (”Fenicotteri Rosa”) del 1972, film culto della scena newyorchese per molti anni e principe delle proiezioni notturne. Seguirono una serie di eroine ingabbiate nelle morbide curve di Divine: donne perverse, volgari fino al parossismo, tremendamente lussuriose e ciniche. Una parata di “dive negative” protagoniste di molti film di Waters, da “Female Trouble” (1974) al capolavoro “Polyester” (1981): trattavasi del primo film in “odorama”, in cui il pubblico in sala poteva gustare i fetidi olezzi dei protagonisti attraverso una gamma di adesivi da odorare…
Infine, il successo più commerciale con “Grasso è bello” (1988) in cui interpreta sia un ruolo maschile che uno femminile e completato poco prima della scomparsa. Divine non divenne solo l’inconfondibile star trash del cinema indipendente, ma anche la protagonista più “glitterata” della musica dance: negli anni ‘80 i suoi provocatori brani scalarono le classifiche americane ed europee, imponendo la sua straripante immagine al grido di “You Think You’re A Man”.
L’ascesa di Divine fu stroncata a 43 anni nel 1988, quando per complicazioni dovuti ai suoi problemi di obesità, morì soffocata nel sonno.
Regina indiscussa dell’estetica underground, Divine perpetua ancora oggi il simbolo di una sessualità/sensualità sconvolgente e ribelle: giocando con le sfumature acide del grottesco, Milstead riuscì ad conquistare una notorietà senza pari proprio e grazie alla sua innata capacità di mostrare senza remore al pubblico ciò che normalmente viene considerato immorale e raccapricciante. Dimostrando di saper osservare le nefandezze umane con lo sguardo ironico del farsesco, con lo sguardo lascivo di un vero sex symbol.
A tutti sarà capitato di porsi quelle domande.
Quali?
Quelle lì, dai…
Quelle che bene o male riusciamo ad allontanare dalla testa grazie a divertissement, ma che inesorabilmente prima o poi ci colgono impreparati quando meno ce lo aspettiamo!
Quelle classiche: da dove veniamo? chi siamo? che senso ha la vita? Perchè siamo nati esattamente così come siamo? E via dicendo…
Che esista una risposta a tali domande è già un dibattito a sè stante, che apre altre parentesi ed altri quesiti: può l’uomo comprendere ciò che esula dalla sua essenza?
Forse le risposte a tali quesiti (a patto che esistano) non potranno mai essere raggiunte a causa della mente stessa dell’uomo, incapace di coglierle.
Ma diciamolo francamente, al momento di dare una risposta, generalmente la confusione prende il sopravvento e la reazione più comune è quella di accendere la tivù per guardare una partita di calcio. (ma anche le veline possono aiutare a rilassarsi dopo essersi posti tali questioni esistenziali)
Già… domande esistenziali.
Guardando l’umanità da questo aspetto, tutto sembra magicamente ruotare intorno a tali risposte.
Nella storia è pieno di personaggi che hanno creato religioni, sette, organizzazioni, accrescendo potere o conquistando fama eterna e seguaci invasati.
Altri altrettanto geniali hanno sfruttato televisioni, social network, mezzi di distrazione di massa, per fare soldi e conquistare potere.
Tutti a guadagnare (fama, soldi, potere?) sulla debolezza dell’uomo nella sua incapacità di trovare risposte e sulla sua necessità di distrazioni, almeno per evitare di rispondere a tali domande.
Panem et circensem si disse un tempo. McDonald e Veline si potrebbe dire ora…la sostanza è quella.
(il video è tratto da “Afterville” uno stupendo cortometraggio realizzato a Torino da Fabrizio Accatino, Michele Bortolami, Tommaso Delmastro e Massimo Teghille)
E ai tempi di internet? E’ ancora possibile porsi domande esistenziali?
E’ cambiato qualcosa nel cercare le risposte?
Se siete curiosi vi do due compiti per le vacanze estive:
Ora…Immaginatevi gli utenti del mondo che hanno cercato questa frase su google, e che entusiasti della risposta (”42″!) hanno addirittura formulato ipotesi per confermare che google ha ragione!
Stiamo parlando di persone che con convinzione affermano che google possa rispondere a domande esistenziali. Cosà c’è di più geniale? Altro che Platone…!
Da lì è stato “scoperto” che:
- 42 è il numero di mesi che ha regnato sulla Terra l’Impero dell’Apocalisse.
- 42 sono le generazioni che separano Abramo da Gesù, nel Vangelo secondo Matteo.
- 42 è 6 x 7, ovvero il numero del Diavolo moltiplicato per il numero di Dio.
- Nel capitolo n.42 del libro cinese Tao Te Ching viene spiegato il senso della vita.
- 42 in binario è 0101010
- 42 in ASCII è l’asterisco
Il secondo compito estivo, forse più interessante, è guardare il film “waking life”.
Armatevi di una poltrona comoda, un bicchiere di rhum, e perchè no, un taccuino per segnare qualche appunto. Dimenticavo, anche di 90 minuti di tempo. E vi assicuro che non è tempo sprecato.
Dopo il primo episodio basta cliccare sui vari link che compaiono nel video in basso a destra per continuare il film.
Daltronde questa è pur una rubrica di film no?!
Waking life è un film di Richard Linklater prodotto nel non troppo lontano 2001. Come molti film indipendenti e di nicchia non ha avuto molto successo. Ma nella sfortuna del suo scarso successo commerciale, ignorato dalle sale e dal pubblico di massa, è stato diffuso su youtube in versione integrale in quasi tutte le lingue principali. (credo sia uno dei pochi film completi che siano disponibili su YouTube a puntate!)
Oltre alla trama che non vi anticipo, un dato da tenere a mente mentre scorreranno i fotogrammi è la tecnica utilizzata.
Alla faccia degli effetti speciali di Hollywood, Linklater ha impiegato un team di artisti molto diversificati, per ricalcare a più mani e con stili differenti ogni singolo fotogramma del film. Un lavoro immenso, fatto di tratti di penna e inchiostri pantoni, che lascia intuire la passione e l’arte dietro alla pellicola, trascinando in un mondo parallelo.
Per gli appassionati di tecniche di animazione, una piccola curiosità è che il software utilizzato è stato appositamente creato per il film: si chiama Rotoshop (incrocio tra rotoscope e Photoshop), ed è un programma non in vendita. Se volete fare un film così, mi spiace, dovete bussare alla porta di Bob Sabiston e il suo team.
Oltre alla tecnica, sono i dialoghi surreali a rendere personale e unico il viaggio attraverso gli occhi del protagonista. Sebbene alcuni passaggi siano un po’ faticosi da seguire, (perlomeno per un non laureato in filosofia come me!), è uno spunto interessante e stimolante per riflettere sulle ultime posizioni e sugli ultimi dibattiti che riguardano il senso della vita. O sulla sua ricerca.
E se un non laureato in filosofia avrà più difficoltà a cogliere i collegamenti ai saggi di Philip K. Dick, o alle teorie di André Bazin, ci si potrà accontentare della stupenda realizzazione, della fotografia a volte magica e della trascinante colonna sonora.
Forse non darà le risposte su un piatto d’argento…
Ma probabilmente ci terrà occupata la mente e ci farà pensare un po’, almeno prima della prossima partita di calcio!
Daltronde… è a quello che servono i film, no?
Nel mio piccolo però voglio sognare come Bazin, che presentando e spiegando le opere di qualità ad un pubblico più ampio possibile, questo diventi man mano più esigente, meno succube delle opere puramente commerciali.
Forse con più Waking Life per tutti, potremmo liberarci della spazzatura?
Com’è possibile che nessuno avesse mai osato raccontare sottoforma di pellicola cinematografica la storia di uno dei miti più indefinibili della storia della musica? Poi, qualcosa è cambiato e nel 2007 qualcuno ha perso il controllo del silenzio . Ed è quindi nato, quasi dal nulla, uno dei migliori film che potesse mai essere scritto e prodotto. Dalla metodica e precisa visione del famoso fotografo Anton Corbijn, un eccelso esercizio di stile biografico.
Un semplice ed insoddisfatto Ian Curtis -interpretato da uno sconosciuto Sam Riley- inquadrato fin dalle sue origini di studente appassionato di musica e medicinali. Un timido ragazzo diviso tra Manchester (cittadina di nascita) e Macclesfield (anonima provincia inglese in cui si trasferì dopo il matrimonio) che quasi per caso è entrato nella top ten degli indomabili e folli spiriti della musica new wave. Uno scorcio reale - Una macchina da presa che accuratamente segue Ian in tutte la fasi principali della sua discostante, altezzosa e breve esistenza. Le insoddisfazioni, la malattia, il prematuro matrimonio, l’essere padre, la scoperta di un nuovo amore e naturalmente la MUSICA. Musica come unica ed insostituibile via d’uscita dalla nausée de la vie quotidienne della provincia britannica di fine anni ‘70. Musica che si trasforma in sinonimo di innovazione in un’atmosfera divisa tra il punk ed il glam rock di David Bowie -idolo di Ian- che, in parte, è stato incluso all’interno della colonna sonora. Un’era che inizia con i Joy Division e che andrà a morire il 18 maggio 1980 insieme allo stesso Ian. 20 anni vissuti quasi nell’anonimato per poi liberarsi di tutti i fantasmi ed iniziare ad essere l’icona per eccellenza del post punk.
Per coloro amanti del genere musicale, delle storie tragiche e depressive da poeta maledetto o per chi fosse semplicemente assetato di sapienza, lascio questo piccolo e prezioso dono… love will tear us apart e nulla fu mai più vero!
“If you want to know me, see Glen or Glenda. That’s me, that’s my story, no question. But Plan 9 is my pride and joy…” (Edward D. Wood Jr.)
Edward D. Wood Jr. è stato a lungo considerato il peggior regista di tutti i tempi: noto per le sue eccentricità cinematografiche e personali, fu spesso esageratamente osteggiato da una critica superficiale che per molti anni ha voluto etichettare a tutti i costi questo singolare personaggio, più noto per la fama cult guadagnatasi nel corso del tempo che per gli effettivi demeriti. Certamente tra le pellicole del regista di Poughkeepsie compaiono alcune indimenticabili perle di un cinema raffazzonato e spesso delirante, ma la passione e il proverbiale ottimismo con cui attingeva agli scarsi mezzi cinematografici di cui disponeva, rendono chiaramente eccessive certe critiche. L’accecante entusiasmo con cui Ed Wood affrontava ogni sfida caratterizzò sempre i suoi lavori, fin dall’esordio cinematografico con l’incerto western Crossroads of Laredo (1948), un progetto alquanto fragile che non trovò mai una distribuzione in sala.
Gli anni dell’ascesa furono quelli compresi tra il 1953 al 1959, che seguirono uno degli eventi più rilevanti della vita personale e professionale di Wood: il casuale incontro con il divo dell’horror Bela Lugosi e l’inizio di una sincera amicizia che unì i due artisti. Wood cercò di rianimare l’oramai offuscata immagine dell’attore, all’epoca schiavo della morfina, per trovare sostegno alla sua prima vera pellicola e aiutare l’amico ad uscire dalla situazione di indigenza nella quale era caduto. Fu così che l’austero Lugosi si trovò a recitare per la fantomatica casa di produzione Screen Classics di George Weiss nel film Glen or Glenda (1953): la pellicola era vagamente ispirata alla storia, all’epoca molto chiacchierata, del transessuale Christine Jorghensen, che Wood trasformò in un contraddittorio inno al travestitismo. Sono i primi scorci di un cinema tanto rabberciato quanto passionale, che tocca vette d’ilarità parossistiche ma mai denigranti: la pellicola svela così agli amici di Ed, ed in particolare alla fidanzata Dolores Fuller, la sua passione per gli abiti femminili. Wood appare anche come protagonista della pellicola, destreggiandosi tra golfini d’angora: il risultato si sarebbe tramutato in una sorta di docu-fiction ante litteram sull’identità di genere e sul travestitismo. Infatti tra le più eccentriche e note passioni che caratterizzarono Ed Wood e il suo percorso esistenziale e cinematografico sicuramente la più celebre fu quella per gli abiti femminili: era un travestito eterosessuale, amava indossare biancheria femminile in ogni occasione e si narra che anche quando fu arruolato in marina da giovane, non disdegnasse indossare quegli stessi indumenti intimi femminili sotto la tenuta da guerra. Nel corso degli anni, questa sorta di feticismo divenne una vera e propria ossessione, costringendolo a non poter evitare di mostrarsi travestito in pubblico e in alcune occasioni anche sul set.
Ed e la sua improbabile corte dei miracoli affrontò le esilaranti riprese di Bride of the Monster nel 1953, con Lugosi nella parte di uno spietato scienziato intento a creare una razza di superuomini per governare il mondo: Wood scrisse infatti di sua mano interi monologhi per l’amico Lugosi, restituendo all’odierno spettatore l’amaro ritratto di un attore in fin di vita, alle prese con il proprio testamento artistico.
Dopo aver escogitato molteplici stratagemmi per riuscire a portare a termine le caotiche riprese di Plan 9 from the Outer Space (1959), Ed riuscì finalmente a trovare i fondi per produrre quello che sarebbe dovuto diventare il suo capolavoro, dovendo scendere a compromessi con alcuni esponenti della Chiesa Battista, chiamati a produrre la pellicola con la speranza di raccogliere i soldi necessari per un’intera serie di film sugli apostoli. Wood, non potendo permettere che il suo progetto venisse ulteriormente ostacolato, decise quindi di accettare praticamente ogni condizione impostagli dai battisti, dall’attore protagonista ad un repentino rimaneggiamento del titolo originale in quello a noi più noto.
Le riprese non si fermarono neppure dopo la morte di Lugosi e per completare le pochissime scene catturate agli ultimi giorni del grande divo venne ingaggiato Tom Mason, fisioterapista della nuova fidanzata di Wood, per una alquanto vaga somiglianza con il celebre divo, mentre vennero coinvolti nel progetto anche la celebre diva della tv Maila Nurmi, in arte Vampira, e il lottatore Tor Johnson, che diventerà interprete fisso dei successivi film di Wood.
Tom Mason improvvisato attore recitò quasi sempre a viso coperto da un lungo mantello e rappresenta, insieme alla delirante trama, alle posticce scenografie e agli effetti speciali artigianali, uno degli elementi che probabilmente hanno contribuito a far conoscere Plan 9 come il peggior film di tutti i tempi. Solo dopo la morte infatti, Ed Wood si guadagnò una fama leggendaria, soprattutto all’inizio degli anni ottanta quando Michael e Harry Medveds elessero Plan 9 from Outer Space la peggior pellicola di tutti i tempi: le intrinseche contraddizioni ed ambiguità che caratterizzarono questo personaggio lo resero negli anni sempre più noto.
I gravi problemi economici che seguirono l’insuccesso delle sue opere lo spinsero in seguito a dedicarsi alla realizzazione di pellicole softcore e pornografiche: testimonianza di questo declino sono film come The Sinister Urge (1961) e il porno Necromania (1971). Questo frangente della vita di Wood coincise in realtà con l’inizio di un’incontrovertibile discesa verso quel tunnel di alcool e depressione che caratterizzò i restanti anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a soli 53 anni nel 1978 per un attacco cardiaco.
Oggi Edward D. Wood Jr è considerato uno dei pionieri del genere B-movies, a lungo snobbato da certa critica il suo lavoro viene ora studiato e analizzato in ogni sua stranezza : i suoi film rappresentano i frutti acerbi dell’urgenza artistica che caratterizzò lo sfortunato cineasta. Tra le bizzarrie del suo cinema, si possono infatti intravedere gli spunti di un’estetica che, se non soffocata dalla scarsità di mezzi economici di cui Wood poteva disporre, avrebbero forse potuto evolvere in qualcosa di più accattivante. La sua fama vive oggi di un nutrito seguito di ammiratori, accresciuta proporzionalmente ai demeriti imputategli nel corso degli anni. Tra i suoi estimatori il più noto è senza dubbio il regista Tim Burton che in Ed Wood (1994), ha diretto il suo personale e sincero inno al cinema di Wood: surreale e fantastico.
Edward D. Wood Jr. ha trovato il suo posto nella storia del cinema.
Se vivere è mentire, una donna in particolare ha mentito benissimo attraverso la macchina da presa. Eleanora Derenkovskij, meglio conosciuta come Maya (illusione) Deren si può definire come una delle principali creatici ed anzi anticipatrici del vero cinema off Hollywood. Una creatività sfrontata ed estremamente precisa, quasi detestabile, tanto da essere amata ed odiata nel medesimo istante. Piccoli fotogrammi di pellicole intrise di riflessione ed interessanti accostamenti estetici. La ricerca maniacale di stupire con effetti di grande impatto emotivo basati su uno studio perfezionista del movimento, soprattutto legato alla danza. Indipendenza e manipolazione degli strumenti che compongono quella strana macchina che viene definita cinema.
“At Land”, credo il mio preferito, come stravagante rivisitazione di un’Alice sperduta in un paese non più delle meraviglie ma di un subconscio decisamente colto ed irrisorio. L’arte che si fa gioco -gli scacchi- nonchè chiaro omaggio all’amico e mentore Duchamp che in Entr’Acte vediamo ritratto in una partita di scacchi insieme a Man Ray. Un banchetto impregnato di personaggi complessi quali poeti, scrittori, scultori pittori ed un ritmo cinematografico ipnotico quasi parte di un rituale. Personaggi che si ritrovano durante tutta la vita della Deren, la quale ha potuto vantare amicizie del calibro di Anais Nin, Marcel Duchamp, John Cage, Jonas Mekas e numerosi illustri nomi della scena intellettuale degli anni ’40 e ’50 e soprattutto del mondo della danza e del balletto, ennesimo interesse della complicata regista.
E poi, nel 1953, la partecipazione come unica donna al “Poetry and the Film Symposium”, promosso dalla Cinema 16. Maya Deren, che aveva in tutto ciò iniziato la sua carriera artistica come poetessa tanto da affermare “il mio cinema sta ad altri film come la poesia sta alle altre forme della letteratura”, ritratta in occasione di questa importante manifestazione accanto ad Arthur Miller, Dylan Thomas, Parker Tyler e Willard Maas. Una donna che durante quell’intervento, a quel tavolo, ha semplicemente espresso due concetti base della sua maestria cinematografica ed artistica: “verticalità” -cinema sperimentale e poesia- ed “orizzontalità” -prosa e cinema classico-
Ma senza impartire lezioni di alcun genere, in tutto questo assaggio di erudizione, lascio la parola alle accademiche biografie e bibliografie ma soprattutto alla breve ma stimolante visione di tutte le opere della ormai –ahimè- dimenticata e taciuta Maya.