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ognuno serve a “suo modoâ€

mayaSe vivere è mentire, una donna in particolare ha mentito benissimo attraverso la macchina da presa. Eleanora Derenkovskij, meglio conosciuta come Maya (illusione) Deren si può definire come una delle principali creatici ed anzi anticipatrici del vero cinema off Hollywood. Una creatività sfrontata ed estremamente precisa, quasi detestabile, tanto da essere amata ed odiata nel medesimo istante. Piccoli fotogrammi di pellicole intrise di riflessione ed interessanti accostamenti estetici. La ricerca maniacale di stupire con effetti di grande impatto emotivo basati su uno studio perfezionista del movimento, soprattutto legato alla danza. Indipendenza e manipolazione degli strumenti che compongono quella strana macchina che viene definita cinema.

 

“At Landmaya derenâ€, credo il mio preferito, come stravagante rivisitazione di un’Alice sperduta in un paese non più delle meraviglie ma di un subconscio decisamente colto ed irrisorio. L’arte che si fa gioco -gli scacchi- nonchè chiaro omaggio all’amico e mentore Duchamp che in Entr’Acte vediamo ritratto in una partita di scacchi insieme a Man Ray. Un banchetto impregnato di personaggi complessi quali poeti, scrittori, scultori pittori ed un ritmo cinematografico ipnotico quasi parte di un rituale. Personaggi che si ritrovano durante tutta la vita della Deren, la quale ha potuto vantare amicizie del calibro di Anais Nin, Marcel Duchamp, John Cage, Jonas Mekas e numerosi illustri nomi della scena intellettuale degli anni ’40 e ’50 e soprattutto del mondo della danza e del balletto, ennesimo interesse della complicata regista.
E poi, nel 1953, la partecipazione come unica donna al “Poetry and the Film Symposiumâ€, promosso dalla Cinema 16. Maya Deren, che aveva in tutto ciò iniziato la sua carriera artistica come poetessa tanto da affermare “il mio cinema sta ad altri film come la poesia sta alle altre forme della letteraturaâ€, ritratta in occasione di questa importante manifestazione accanto ad Arthur Miller, Dylan Thomas, Parker Tyler e Willard Maas. Una donna che durante quell’intervento, a quel tavolo, ha semplicemente espresso due concetti base della sua maestria cinematografica ed artistica: “verticalità†-cinema sperimentale e poesia- ed “orizzontalità†-prosa e cinema classico-
Ma senza impartire lezioni di alcun genere, in tutto questo assaggio di erudizione, lascio la parola alle accademiche biografie e bibliografie ma soprattutto alla breve ma stimolante visione di tutte le opere della ormai –ahimè- dimenticata e taciuta Maya.



I terremoti, tra previsione e prevenzione - Intervista a Rui Pinho

costruzioni

In questo periodo si è parlato spesso di scienza come capacità di prevedere i fenomeni fisici. E’ inutile ricordare quanto possa essere vantaggioso avere dei pronostici affidabili; quando però la previsione, che sia un terremoto o una domenica di pioggia, si rivela “errata” o imprecisa allora lo scienziato diventa colpevole. Colpevole di non saper fare il suo mestiere.

Eppure qualche anno fa il terremoto sarebbe stato manifestazione dell’ira di un dio insoddisfatto. Ora grazie al metodo scientifico, si sa che esistono delle cause fisiche ed osservabili che portano al sisma. Questo fenomeno (per ora) non può essere previsto in una collocazione temporale precisa; si può solo stabilire quali sono le zone a rischio. Ma, una volta che sa di essere in una zona pericolosa, cosa può fare l’uomo contro la devastante potenza dei tererrmoti?

A questo proposito Rui Pinho, ingegnere che rappresenta qui tutti gli esperti che sono stati dimenticati durante le costruzioni delle case crollate, ha concesso un intervista in esclusiva per tutti i lettori di Crumbcast:

terremoto

Dott. Rui Pinho, in cosa consiste il suo lavoro?
Valutare la vulnerabilità sismica delle strutture esistenti, e determinare le zone più a rischio in Italia e nel mondo.

Lei sostiene (intevista su Repubblica dell’8 Aprile) che grazie alle nuove tecniche di costruzioni: “Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell’ingegneria antisismicaâ€.  Da quanti anni il progresso tecnologico ha concesso la costruzione di una simile abitazione?
Direi almeno da una decina di anni, come si evince in paesi di elevata sismicità, come Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, dove terremoti forti non portano al collasso delle strutture moderne, progettate, appunto, nell’ultimo decennio.

In termini economici, quanto costa mediamente una casa progettata e costruita con criteri  antisimici, rispetto ad una “normale”, delle stesse dimensioni?
Ovviamente dipende delle caratteristiche della struttura, ma direi che stiamo parlando di un qualcosa che varia tra lo 0 e il 4%.

Esiste una mappa mondiale delle zone a rischio sismico? Quali sono gli enti che la gestiscono?
Esiste una mappa di pericolosità sismica (GSHAP, <http://www.seismo.ethz.ch/GSHAP> ), ma non di rischio sismico. L’OCSE ha infatti fato partire adesso un progetto (GEM, Global Earthquake Model, <http://www.globalquakemodel.org> ), che ha come obbiettivo proprio quello di creare una mappa di rischio sismico a scala mondiale.

Se dovesse fare un elenco delle migliori università del mondo che si occupano di terremoti, in che posizioni metterebbe quelle italiane?
Al primo posto. Abbiamo la migliora Scuola al mondo di Post-Laurea in Ingegneria Sismica ( <http://www.roseschool.it> ), abbiamo centri di ricerca alla avanguardia ( <http://www.eucentre.it> , <http://www.reluis.it> ), abbiamo gestito i più grossi progetti mondiali di ricerca sismica ( <http://www.lessloss.org> , <http://www.globalquakemodel.org> ), i nostri ricercatori hanno vinto premi mondiali (EERI Innovation Prize nel 2007, Plinius Medal nel 2008), ecc ecc.

Come mai la stessa Italia non ha utilizzato gli accorgimenti legislativi degli Stati con analogo livello di rischio? E soprattutto secondo lei perché in Italia non vengono adottate regole comportamentali rigide con esercitazioni frequenti di simulazioni di sismi, come ad esempio avvengono in Giappone o in California?
Prima di tutto, chiarisco la differenza tra pericolosità sismica e rischio sismico. Stati Uniti, Giappone, Nova Zelanda sono paesi ad elevata pericolosità sismica, come l’Italia, Grecia e Turchia, nel senso che ci sono frequentemente terremoti di intensità elevata. Però, questi primi tre paesi non hanno un rischio elevato, proprio perché le loro strutture sono ben progettate e costruite, contrariamente a quanto succede negli ultimi tre.
Il grosso problema dell’Italia è la mancanza di applicazione delle leggi di progettazione e adeguamento sismico. Quest’ultime sono dello stesso livello di quelle nordamericane o giapponese, ma non sempre vengono applicate e rispettate come dovrebbero.
pontestretto2
Poi, ovviamente, in Italia c’è anche un patrimonio edilizio storico che pone problemi che difficilmente si trovano ad esempio in California, dove le strutture hanno non più di 30 anni (quindi sono davvero moderne), mentre in Italia troviamo i centri storici popolati con edifici che hanno 100 anni o più di vita, e che quindi sono naturalmente più vulnerabili. Ma ripeto, bisogna adeguare simicamente questi edifici; le conoscenze per farlo ci sono, le normative e leggi anche, ma l’applicazione manca.

Cosa ne pensa della realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina (in zona sismica)?
Ripeto, oggi si possono costruire strutture anti-sismiche senza alcun problema, incluso ponti di grandi dimensioni come quello sullo Stretto (come si è fatto in tante altre zone del mondo, incluso Giappone e Stati Uniti).
Il problema del ponte sullo Stretto sono altri, di carattere politico-economico-sociale, e non di una possibile vulnerabilità sismica (basta progettare e costruire come si deve).



scisma - “armstrong”

buffo a pensarci adesso, ma la prima volta che sono andato a vedere gli scisma per me era stata una piccola avventura. di nascosto dai miei avevo preso il 58 per andarli a vedere suonare al castello del Valentino. i giovani di adesso alla stessa eta’ se ne vanno probabilmente ad ibiza o cose del genere ma per me un viaggio di un ora era stato un’emozione grandissima. non c’era nessuno che conoscessi sotto il palco, ero solo. io e gli scisma.

anche se spero molti di voi li conoscano benissimo credo sia giusto ricordare il loro secondo album,  “armstrong”. un album che per molti non e’ riuscito a confermare le aspettative create dal primo “rosemary plexiglas” ma che… neanche a dirlo, per me e per molti ascoltatori piu’ attenti e’ uno dei dischi italiani piu’ grandi tra quelli finiti sugli scaffali.

gli arrangiamenti e i suoni sono un capolavoro, i testi impalpabili e aderenti. una pietra miliare.

la dolce potenza di “tungsteno†ci sorprende ancora con il dito sul tasto play, le due voci si inseguono e si accarezzano come compagni nella stessa tenera e inutile lotta. magistrale. via via nel disco momenti del tutto differenti si alternano con un ritmo umano e un fervore elettrico, frasi non dette iniettano gli occhi di colori pastello.

“impazziro’ cercandoti in ogni cosa che so e che non so spiegare†ha fatto da colonna sonora a molti momenti della mia vita in cui avevo un sorriso triste sulle labbra. “ma se sono il contrario di me, da che cosa mi sento diverso?†e’ il pilastro su cui ancora adesso si poggiano i miei “vent’anniâ€.

insieme agli afterhours di “hai paura del buio†hanno dato un senso alla musica italiana negli anni novanta. muro di chitarre e poesia urbana al parossismo.

ricordate la copertina e prendete questo disco a pochi spiccioli in una bancarella dell’usato o compratelo se volete su internet.

non vi suggeriro’ un link per ascoltare tutto il disco in un click, certi dischi non funzionano cosi’.

vorrei vi sorprendesse allo stesso modo in cui ha sorpreso me quando mi e’ sbocciato nelle orecchie, quando ha trovato il modo di parlare a me solo.

come in una folla sotto un palco dove non si conosce nessuno.



Crisi economica… Le previsioni dimenticate!

crisiOggi vorrei parlare della crisi economica.

Al mio secondo articolo sono già fuori tema, secondo voi? In effetti parlare di crisi in una rubrica di scienziati dimenticati, non sembra così logico. In questo caso infatti, non sembra essere stato dimenticato nessuno. Economisti ed esperti, con le loro tecniche di monitoraggio e i loro calcoli avanzatissimi, non sono semplicemente riusciti a prevedere nulla.

Ma è davvero così?

Non vi propongo una risposta definitiva; vorrei però raccontare alcuni fatti.

Andiamo indietro di qualche anno: nel 1972 venne pubblicato dall’MIT, commissionato a sua volta dal Club di Roma, il libro “Limits to Growth“, tradotto in italiano con il titolo “Rapporto dei limiti sullo sviluppo“. Lo scopo del documento è di fare una previsione a lungo termine sulle conseguenze della crescita esponenziale della popolazione sul pianeta. La previsione che avreste potuto leggere nel 1972, effettuata grazie a modelli matematici, e alcuni software per l’epoca avanzatissimi, era la seguente: se non ci saranno inversioni di crescita, entro i prossimi 100 anni ci sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della produzione.
Dal documento iniziale del 1972 ne furono stampati altri due: uno nel 1992 dal titolo “Beyond the limits” in cui si afferma che i limiti di capacità del pianeta sono già stati superati, e l’altro nel 2004, dal titolo “Limits to Growth: The 30_year Update”.

Nel 2008, l’australiano Graham Turner, ha analizzato i dati del primo documento del Club di Roma con i crisi1ml7dati della realtà accaduta nel frattempo, ed è arrivato alla conclusione che i cambiamenti occorsi sono stati coerenti con quanto previsto. Il documento gira sul web con il titolo “Un paragone tra i I limiti dello sviluppo e 30 anni di dati reali”.

Per dare un’idea del problema che viene sollevato nel “rapporto dei limiti sullo sviluppo”, vorrei porre alcune domande: la popolazione mondiale nel 1950 era di 2.5 miliardi di persone, nel 2000 il livello è salito a 7 miliardi di persone. Quanti saranno gli abitanti della terra nel 2050?

E in Italia? Nel bel paese ci sono attualmente 199 abitanti per chilometro quadrato. Se avete una calcolatrice a portata di mano potete vedere quanti metri quadri abbiamo a testa sulla superficie italiana (e se si fa la stessa cosa per la popolazione mondiale sulla superficie terrestre calpestabile?). Pensate che già nel 1951 De Gasperi sottolineava il grave problema della sovrappopolazione in Italia; da allora siamo aumentati di 12,079,136 individui (in Cina ci sono 137 abitanti per chilometro quadrato).

Italia a parte, siete ancora convinti che nessuno avesse previsto la crisi?
In questa pillola, gli scienziati dimenticati sono i membri del Club di Roma e la cosa ancora più grottesca è che oltre alla previsione, è stata dimenticata anche la soluzione alla crisi. Il suo nome è decrescita sostenibile.

Ancora un ultima domanda: quante fette di prosciutto dovranno cadere dagli occhi prima che si discutano questi argomenti nei canali ufficiali?



Cura per capelli grigi

«C’è solo una cura per i capelli grigi. L’ha inventata un francese. Si chiama ghigliottina.»

P.G.WodehouseTerribile no? Io lo trovo geniale! Mi riferisco oviamente all’autore di questa massima: P.G.Wodehouse.

Non mi metterò a scriverne la biografia, perchè sono sicura che come me anche voi sarete in grado di andare a scartabellare sui siti appositi.

Quello che mi interessa invece è parlarvi dei libri di questo autore che considero tra i migliori della letteratura inglese.
La sua grande forza è quella di essere riuscito a stereotipare i personaggi tipici dell’Inghilterra vittoriana per restituirceli nella loro caricatura più grottesca. Che frase difficile…

Mi spiego: la satira, l’ironia dei costumi è difficile da tramandare nel tempo, perchè nel tempo le peculiarità di un epoca, i personaggi che hanno fatto scalpore, si perdono. (Questa è anche una mia speranza sulla società attuale…) . Wodehouse invece è riuscito a conservare l’atmosfera del suo tempo forzando la natura dei suoi personaggi e dando loro delle caratteristiche così assurde che hanno però il grande merito di rispettare gli stereotipi che ne abbiamo tutt’ora : anche adesso infatti i suoi libri fanno sorridere e non perdiamo nulla di quella che era la forza originaria del testo.
Chi di voi non si è mai immaginato il classico lord inglese, anziano, un po’ rimbambito, dedito soltanto alla cura del suo giardino e incurante dei problemi intorno a lui? Questi non è altro che Lord Emsworth, buffissimo personaggio assillato dalla presenza della sua terribile sorella e dalla pedanteria del suo segretario che lo costringe ad interessarsi degli affari del castello. La vicenda nasconde anche un intrigo sentimentale: la  nipote di Lord Emsworth è innamorata di un giovane senza un quattrino; la vecchia zia tenta in tutti i modi di impedire le nozze, ma un fucile ad aria compressa sequestrato al nipotino risolverà tutti i problemi del castello!

jeeves«Jeeves, chi era quel tale che guardava qualche cosa, e questo gli ricordava un altro tale che guardava qualche cosa d’altro? Ho imparato quel passo a scuola ma non me lo ricordo più.»

«Suppongo che il personaggio che lei ha in mente, signore, sia il poeta Keats il quale paragonava le sue emozioni quando aveva letto la versione di Omero redatta da Chapman con quelle del vigoroso Cortés quando con i suoi occhi d’aquila contemplò per la prima volta l’Oceano Pacifico.»

Mi è sembrata questa la migliore presentazione per un altro personaggio di cui Wodehouse è il creatore: il maggiordomo Jeeves. Alle prese con un datore di lavore piuttosto difficile da gestire, Jeeves riesce sempre a risolvere la vicenda in modi del tutto originali e tali da far sì che il suo ‘padrone’ non  ne venga danneggiato.  Questa figura, assolutamente imperdibile per chi voglia farsi due risate, la troviamo in più testi: L’uomo con due piedi sinistri, L’inimitabile Jeeves, Avanti Jeeves … Tutte le opere qui citate sono raccolte di racconti che in qualche caso sono collegati tra loro, in modo da sembrare quasi una sorta di romanzo a puntate. Ah.. la butto lì… tutta la saga del giovane Mulliner è imperdibile!!

Concludo dicendovi che chi è in cerca del mattonazzo sentimentale non dovrà assolutamente avvicinarsi alle opere di Wodehouse, chi invece è alla ricerca di una bel libro da leggiucchiare nei momenti morti, senza troppo impegno ma con la vivacità giusta troverà proprio in Wodwhouse un grande compagno di sale d’attesa o viaggi in pullman.

Buona lettura a tutti voi!



Un’intuizione comune per l’ingegnere e il professore

“Ho visto a Francoforte che tutti attribuiscono a me la prima idea, il che mi basta. Gli altri facciano pure i denari, a me basta quel che mi spetta, il nome”

-G. Ferraris

Siamo alla fine del 1800. Roentgen sta per scoprire i raggi X, Wells sta per scrivere “la macchina del tempo”, Maxell, ovunque sia, sorride felice per essere stato in grado di ricavare le equazioni che svelano la struttura della luce e Albert Einstein fallisce l’esame di ammissione al politecnico di Zurigo.

E’ in questo periodo di fermento scientifico che viene alla luce un’idea rivoluzionaria150px-electric_motor_cycle_3: il motore ad induzione magnetica. Il problema della trasformazione dell’invisibile e misteriosa energia elettrica in energia cinetica, era già stato affrontato, ma in un modo approssimativo e per nulla soddisfacente. Le spazzole, cioè i collegamenti elettrici fra la parte fissa e il rotore del motore, dissipano troppa energia per l’attrito e si consumano in poco tempo rendendo il motore inutilizzabile. Per risolvere questo problema, cioè per creare un motore elettrico privo di spazzole, è stata necessaria un intuizione meccanica che prescinde la teoria nota: il campo magnetico rotante generato da bobine fisse.
Gli autori della soluzione, nonchè protagonisti della pillola, sono l’ingegner Nikola Tesla e il professor Galileo Ferraris. In due parti diverse del mondo, senza essersi mai conosciuti e in circostanze assurdamente simili sono arrivati allo stesso progetto finale. Vediamo come.

A Torino nel 1885 Galileo Ferraris dimostra ufficialmente che se si fissano quattro bobine ortogonali percorse da corrente alternata, intorno ad un rotore, esso comincerà a ruotare. L’effetto è sensazionale. Non ci sono spazzole, non ci sono scintille, non ci sono attriti, e l’energia dissipata è contenutissima. Come gli è venuta in mente un’idea simile? Si tratta del motore a più alto rendimento mai inventato fino ad ora e che avrebbe dovuto sostituire il primitivo motore a scoppio (se non ci fossero interessi economici ad insistere sul petrolio). La pubblicazione dell’idea avviene nell’aprile del 1888, ben 3 anni dopo la scoperta e la presentazione ufficiale.

A New york, il primo maggio 1888 Tesla brevetta lo stesso motore di Ferraris. Non c’è stato plagio. Entrambi lavoravano sul progetto da parecchi anni. Inoltre il progetto di Tesla è predisposto per la produzione industriale, mentre quello del professore, era progettato più che altro per soddisfare la curiosità.

Ma come è possibile che la stessa intuizione venne, quasi nello stesso periodo, a due persone così distanti sia culturalmente che geograficamente?
Facciamo prima di tutto luce sulla filosofia dei nostri personaggi:

Tesla, nelle prime pagine della sua autobiografia, parla della sua vivida immaginazione e delle sue visioni, che lo hanno portato ai suoi 111 brevetti; ed è così che riassume lo scopo dell’inventore: “Lo sviluppo del progresso umano dipende fondamentalmente dalle invenzioni. [...] Il loro scopo finale è il dominio completo della mente sul mondo materiale”.

Ferraris, sempre facendo riferimento all’immaginazione, e alla capacità della mente di visualizzare il futuro come le invenzioni, dice: “Lasciate che la mia mente, fissando l’avvenire, si bei nella visione di una generazione non altro intenta che al bene del comune Paese”.

Oltre ad avere una filosofia simile, e a focalizzare la loro attenzione sull’immaginazione, quindi, i due protagonisti hanno anche condiviso lo stesso lampo di Genio, che li ha portati all’invenzione in comune.galileo_ferraris

Tesla racconta di avere avuto l’idea del campo magnetico rotante osservando un tramonto, e ricordando alcuni versi del Faust di Goethe, che conosceva integralmente a memoria. L’intuizione assolutamente dissociata da quello che stava facendo, fu così nitida da permettergli di immaginare integralmente il motore. Negli anni successivi continuò a portare migliorie, modifiche e applicazioni all’idea, fino al brevetto finale.

A Ferraris l’idea giunse, sempre in un contesto dissociato dal suo lavoro abituale, cioè guardando la regolarità dei portici di Torino. A cosa stesse pensando in quel momento però purtroppo non ci è dato di sapere.

Se la pillola vi è piaciuta e volete approfondire l’argomento, oltre ai link, può essere divertente provare a smontare il ventilatore di casa per vedere come funziona il campo magnetico rotante. E’ altrettanto consigliabile però saperlo rimontare … l’estate è in arrivo…!



Geni in compresse

In due teatri, non di pari nobiltà, si recita la scoperta e l’invenzione di personaggi interpretati da attori che han dedicato vite per combattere le forze insidiose della natura, e per rendere, con le loro invenzioni il mondo, migliore.

Nel più celebre dei due, preparato in un edificio sfarzoso, ci sono poltrone, rosse e dorate, spaziose e comoimages3de, sia sugli spalti che sulla proedria. Su un ampio palco, le scene sono ovunque illuminate dalle luci della ribalta. Il pubblico rimane comodo e distratto, così corroborato dalla grandezza dei nomi degli attori e dalla loro fama, come dai generi di conforto che venditori si affrettano a portargli. E qui che si incontrano borghesi, finanziatori, ruffiani, assessori, critici avidi di fama e di gloria, mai sazi del loro nome; tutti ansiosi di avere un opinione da esporre al primo salotto.

Nel secondo teatro, messo su in poco tempo, in stanzoni spogli o buie cantine, invece le luci sono soffuse da sparute candele e per il pubblico non ci sono che quattro sedie di legno. Nessun grande nome, nessun palco elevato al di sopra dei paganti. Si entra solo da una porta vecchia e cigolante che rende vani gli sforzi dei ritardatari per non farsi notare all’entrata. Se il pubblico è scomodo, gli attori incespicanti non recitano altri personaggi al di fuori di quello che è a loro più congeniale, e le rappresentazioni sono spesso di trama così arzigogolata da far perdere il filo anche ai più preparati.
Nessuno può certo vantarsi, una volta uscito da lì, di aver partecipato a una simile recita; perfino il luminoso mondo esterno che trae da loro tanti benefici, è a stento a conoscenza della loro esistenza.

Ma entrambi questi teatri, sono accomunati dallo stesso sogno e dalla sessa volontà magica e creativa. Pertanto ad entrambi, nella considerazione di ognuno, andrebbe lasciata la stessa importanza e valore. Qui vorrei provare ad illuminare ancora un pochino, la scena del teatro povero. Portare alla vista degli impavidi lettori che mi dedicano il loro tempo prezioso, la storia degli attori che han provato a cambiare le cose, e che indifferentemente dall’esito della loro impresa, non hanno avuto un posto sul palco grandi teatri.

-John Ludos



una macchina (da scrivere) per abitare

serra

Sarà una risata che vi seppellirà!
Questa e altre scritte inneggianti ad un potere delegato all’immaginazione, si potevano leggere sui muri della Sorbona, a Parigi, nel ‘68. Da lì a poco, proprio nella capitale francese, sarebbe nato un nuovo edificio, il Centre George Pompidou di Piano e Rogers (1972-76): una macchina urbana che con il suo volume, i suoi colori, i suoi tubi, le scale mobili in facciata e le enormi orecchie a uscire dal terreno della piazza di fronte, sarebbe risuonato come una risata per mettere a tacere i conservatori e i noiosi. Ma oggi non ci occupiamo del noto edificio francese.
Il nostro scenario è quello di una sonnolenta e graziosa cittadina piemontese: Ivrea, dove, nel 1967 (segnatevi la data e confrontatela con quella di costruzione del Beaubourg), parcheggiò in divieto di sosta, tra le quiete case del centro storico, qualcosa che ricorda più un’astronave di un fumetto degli anni ’60 che un serio edificio voluto dalla società Olivetti, in quegli anni artefice dello sviluppo industriale e urbanistico della città.
L’edificio in questione è il Centro di Servizi Sociali e Residenziali Est (divenuto poi Hotel La Serra) degli architetti veneziani Iginio Cappai e Pietro Mainardis. Edificio che per tanti aspetti può ricondurci al capolavoro di Renzo Piano.

Nessuna voglia di raccontarvi le vicende costruttive, giudiziarie e riguardanti i problemi di utilizzo (pubblico e privato) di questo oggetto incastratosi tra le strette vie del centro eporediese.
La rubrica tratta dell’irriverenza e accoglie, l’abbiamo già detto, come la risata di una ragazza con gli occhi verdi, la spinta creativa di questo edificio.
Gli stessi autori, in un testo scritto per Casabella nel ‘77 (n.422) ammettono il triste fallimento dell’operazione culturale alla base del progetto.serra2

“ […]  ci si era posti il problema di dare agli utenti un recapito che non fosse solo il soggiorno, il cucinino e la solita camera da letto […], si sarebbe potuto creare un centro di riferimento per gli abitanti e i non abitanti di Ivrea. Era un’idea come tante altre che allora circolavano, forse nell’ambito di quell’ eccessivo ottimismo di cui ora ci lecchiamo ben altre ferite. […] Conveniva o no continuare con questa impresa? Un calcolatore elettronico, dopo mesi di sibili e ruggiti, deve aver borbottato un “mah!”. […] pur essendo in centro a una città, pieno di servizi e di spazi pedonali pubblici protetti, questo complesso resta deserto e quindi privo del suo scopo sostanziale.[…] “

Ci basti questo per capire le aspirazioni disattese, e forse gli errori, dei due progettisti.
Fermiamoci piuttosto a giocare con questa enorme macchina da scrivere.
Sì, perché è proprio al più celebre prodotto della Olivetti che i due architetti decisero di riferirsi (per renderle omaggio o forse per sfotterla), costruendo una sorta di scultura abitabile a ridosso di antichi muri in mattoni. Uno schiaffo in “ questo paesaggio gommoso e presso-statico che vuole costantemente far da sfondo alla nostra esistenzaâ€. Fermiamoci a giocare con i tasti metallici: capsule abitabili e apribili come serrande o macchinari di fantascienza low-tech. Perdiamoci negli infiniti livelli, corridoi, logge che attraversano come arterie il corpo di questa macchina.
Gustiamoci per un momento l’idea di essere finiti in un fumetto che descrive un futuro disatteso, fatto di passi nell’aria senza atmosfera e di modi di vivere diversi da quelli fino ad allora proposti. Un immaginario fatto di dirigibili e pop art, un edificio che avrebbe voluto essere prosecuzione della città fin dentro agli appartamenti. Senza confini, ne muri. Un gesto irriverente e ironico a scuotere la normalità di “ un centro impolverato, oltre che storico.â€

Non sappiamo se sia, come scrisse Bruno Zevi “ un’opera eccezionale nella quale convergono, interpretate con intelligenza, tutte le varianti del linguaggio architettonico modernoâ€, o un’occasione perduta come sembrerebbe sottolineare il fatto che oggi sia quasi totalmente disabitata e difficile da gestire.
Sappiamo che la risata è stata forte.



lilys - “Better Can’t Make Your Life Better”

We dont like learning about the past. We like yearning about the future.

avevano tutte le carte in regola, hanno anche avuto la benedizione della sorte, e invece…

iniziamo dal principio.

americani, nati erroneamente nella costa est, hanno stampato il primo singolo nel ‘91 e sono suppergiu’ ancora all’opera. l’ultimo disco e’ uscito nel 2006 ma ne parlo dopo.
affascinati in principio dalla scena shoegaze inglese hanno poi ceduto al fascino del revival sixties di meta’ anni novanta e da allora stanno lavorando per iniettarlo di “contemporaneo”.
seguitemi, scoprirete di sapere di cosa parlo.

a distanza di due anni dall’uscita del singolo “a nanny in manhattan (1996), qualcuno probabilmente pagato troppo poco dalla Levi’s (quella delle braghe) decide di usare la canzone per uno spot pubblicitario.

se all’epoca avevi almeno 14 anni dovresti conoscere questa canzone. il clip della pubblicità’ e’ purtroppo introvabile ma all’epoca era stato un buon successo con tour mondiale e il 16esimo posto nella chart inglese. non male se si pensa che in quel febbraio del 1998 dopo di loro c’erano niente popodimeno che i Rolling Stones (seppur flebili) e i ben più’ famosi Dandy Warhols con a parer mio il loro singolo migliore.
il disco dei lilys era fantastico. “Better Can‘t Make Your Life Better” era un divertente e bilanciato delirio pyscho-pop. se volete ascoltarlo, cliccate qui.

e’ inutile che io stia qui a dirvi piu’ di tanto, giudicate da voi se vi piace o no. in fin dei conti siete ad un click dal farlo.

nel frattempo pero’ posso aiutarvi a visualizzarlo. immaginate un beatnik con un perfetto caschetto beatlesiano che si sorride ironicamente allo specchio mentre un suo amico compiacente gli fa una foto con una macchina digitale. “Better Can’t Make Your Life Better” confeziona atmosfere cordiali e teneramente già’ sentite per poi stupirci con inaspettate aperture. dilemmi strutturali misti a pop come dio comanda. un mix che all’epoca aveva avuto bisogno di un secondo ascolto ma che adesso troneggia solido tra i “più’ ascoltati” del mio itunes.

perché non sono famosi?
secondo me due motivi:

1- il 1996 era un anno durissimo, cito solo “odelay” di beck e “if you’re feeling sinister” dei belle and sebastian. pietre miliari.

2- io credo nel mondo ci siano persone a cui diventare famosi francamente non interessa piu’ di tanto. e’ gente che va per la loro strada, gente che e’ felice di poter pagare le bollette. felice di trovare una vecchia chitarra impolverata nell’angolo di un negozio e di portarla via per pochi soldi. gente di cui parlerò’ spesso in questa rubrica. non ho mai conosciuto i lilys di persona, pero’ so che musicisti cosi’ ce ne sono tanti. soprattuto negli stati uniti, dove l’idea del “faccio musica” spesso viene prima del”faccio il musicista”. gente cosi’ ne ho conosciuta, vi giuro che esistono.
come faccio a dire che fan parte di quel gruppo di persone?
11 febbraio 1998. la band suona al Jack Docherty Show.
20 febbraio 1998. la band suona a top of the pops.
Non so quanti concerti avete visto in vita vostra, ma io in questi video non vedo gente che batte i palchi da 10 anni. vedo gente cui non frega niente di essere in televisione.

poco importa comunque, la cosa non ci riguarda. i lilys hanno bruciato l’occasione. questo e’ quanto.
da allora hanno inciso altri 4 dischi. l’ultimo, “Everything Wrong Is Imaginary” (2006) continua a scalare la mia classifica di itunes.



leftovers - prefazione

È meglio mettere subito in chiaro il criterio alla base di questa rubrica.

un disco finisce in questa rubrica se secondo me non ha avuto l’attenzione che meritava. vuol dire che nella mia esperienza, non più di quattro persone su dieci ne hanno sentito parlare.

ogni tanto (spero sempre) leggendo la rubrica ti verra’ da dire qualcosa del tipo “…eh ma accidenti… questo disco lo conoscono tutti!”.
beh
secondo la mia esperienza, non è così.
ti stimo.
sei uno dei quattro su dieci.