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La leggenda del più grande musicista del mondo

Quante volte avete sentito la parola “personalità”?

Ogni parola è di per sé una necessità e questa la si usa, per esempio nella necessità di averne un altra; o di volere che un vostro amico ne abbia un’altra, o quando volete proprio quella di un vostro amico; anche quando volete cambiare qualcosa della vostra vita, cominciate sempre dal cambiare personalità. O ancora peggio, quando ad una domanda giunge la risposta “segui la tua personalità” e ognuno entra nel panico perchè nessuno è sicuro di quella che ha scelto.

Persino il sonnolento mercato si è accorto di questo bisogno ed ha risposto con la vendita di libri su come averne una migliore; e che ci crediate o no, vengono talvolta comprati e letti, ma solo dalle persone che lo ritengono obbiettivo personale.

L’argomento del post di oggi, anche se il titolo potrà sembrare fuorviante, non è una G.P.P.P. (grande personalità particolare passata), ma la “Personalità” medesima. Come in ogni ricerca, cominciamo dall’etimologia: “persona”, per gli antichi latini era la maschera degli attori dei teatri, e a voler fare una rapida (e non priva di rischi) carrellata, qualche secolo dopo nella concezione Shakspeariana, la vita non è altro che un teatro di attori, di maschere, che entrano ed escono ad un cenno del capocomico; quindi eccoci qui, ognuno con la sua personalità!

maschere

Nella società occidentale dell’ultimo secolo “avere una personalità” è una qualità positiva, anzi, fondamentale, perchè fra le altre cose, non obbliga gli altri, come sottolineava Nietzsche, a doverti conoscere ogni giorno da capo.
I modelli sociali, o politici, quelli che vogliono essere dei riferimenti, ne hanno infatti una sola, e proprio come ai personaggi delle commedie, si può dare loro un nomignolo affine al loro carattere, che durerà fino al momento in cui verrà calato il sipario. Altri individui, fra quelli meno in vista, possono avere due personalità ma questo rende difficile agli spettatori capire la commedia, e quindi viene annoverata fra le anomalie, con il nome di schizofrenia. Tre personalità diventa addirittura insopportabile per il pubblico. Trizofrenia?

Gli spettatori tendono a dimenticare che le commedie in cui ogni maschera non cambia mai carattere, sono in verità un’unico personaggio che racchiude tutte le sue facce e, che attraverso i suoi attori rivela le sue molteplici personalità. Ma allora nella quotidiana commedia, quante sono le nostre diverse maschere? Una è troppo poco! Non siamo certo dei modelli sociali! Due? Magari l’uomo e il lupo di Hesse? “E’ una semplificazione”! Ancora troppo poco! Tre?

Phatos! Prima della risposta-proposta si cambia scenario!
Se negli ultimi cento anni in occidente la filosofia individuale è stata, ed è, la ricerca della propria personalità da fissare fino alla fine dei giorni sulla propria pelle (come i fanno gli appunto “personaggi” noti, quelli da imitare o da commentare), nell’antica India la filosofia è esattamente all’opposto. Attraverso il corpo e la respirazione ci si impegna a sfuggire da ogni gabbia, anche dalle catene delle proprie personalità. L’obbiettivo è quello di ritornare ad essere parte della realtà impersonale. Questo può succedere anche senza essere nati eccessivamente in india, per esempio quando si è veramente concentrati su un lavoro, su uno studio, quando si gioca a scacchi, quando si dorme, o quando si fanno cigolare le molle del letto… In quei momenti viene a mancare l’attitudine alla commedia!
La quantificazione delle maschere, a cui eravamo arrivati nello scenario precedente, in questo della filosofia indiana è molto diversa. Essa unisce indissolubilmente lo zero e l’infinito, ed è forse da qui che si è arrivati a comprendere che avere infinite maschere o non averne nessuna può essere la stessa cosa. Ed anzi lo svelamento di ciò che per contratto è una sottile e costante variazione dovrebbe lasciare il gusto della ricerca della sua assenza.

…E talvolta il gusto naive della sua presenza.

Riconoscere la recita, in tutta la sua comicità, non ha come conseguenza l’inibizione dei sentimenti sinceri, come teme chi si ostina inutilmente a cercare la “vera” personalità, bensì una sua valorizzazione come strada relazionale. Strada che deve essere consapevolmente slegata dalla propria natura impersonale, che porta quindi a riconoscere i limiti stessi del linguaggio e del pensiero, ma che deve esistere necessariamente per una questione di sopravvivenza e di perpetuazione delle idee astratte e (anche correndo di nuovo qualche rischio) della società umana.

Per non mancare al mio impegno di parlare di un genio particolare, vi lascio ancora un link ad un breve racconto che mi ha mandato un amico, che ha a sua volta sentito durante i suoi viaggi. L’argomento centrale è proprio la personalità di un genio anonimo, descritta però come sa fare un poeta e girovago, non come uno scribacchino da Blog.  Non leggetela adesso… oggi vi ho già rubato troppo tempo…




La Parigi nascosta

“Tutti gli Arabi sono uguali, gli dai una mano e loro vogliono tutto il braccio.”

Non indovinerete mai chi pronuncia questa frase.. Bene allora ve lo dico, non voglio lasciarvi troppo sulle spine: è un ragazzino arabo di nome Mohammed, detto Momò, protagonista del libro che vi presenterò oggi.  Il libro in questione è La vita davanti a sé, opera che valse il Prix Goncourt al suo autore; quindi se non vi fidate di me, fidatevi almeno dei francesi. ahaha! scusate.

copertinagary4A onor del vero per una volta mi trovo d’accordo con i cugini d’oltralpe:  l’autore, di cui non vi ho ancora detto il nome- per il semplice motivo che lo metterò alla fine per costringervi a leggere tutto l’articolo-  racconta la vita di un figlio di puttana che abita in una pensione per figli di puttana, tenuta da una vecchia prostituta in pensione ,dal punto di vista di un ragazzino di dieci anni -nel corso del libro scopriremo che ne ha quattordici ma è una storia lunga e se volete saperlo leggetelo- il chè rende l’atmosfera più leggera, circondata da una sorta di ingenuità infantile assolutamente priva di pregiudizi o luoghi comuni che consente di presentare la vita nel quartiere di Belleville con un candore ironico e quasi commovente. Sto scrivendo un sacco di cose inutili vi chiedo scusa.  Entriamo un po’ nel vivo della faccenda.

 ” Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche Ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.”

Dalle prime otto righe avete già capito il tono, l’ambiente i colori, gli odori e lei:  Madame Rosa. Una vecchia, grassa, malandata prostituta ebrea che rappresenta l’unica forma di affetto conosciuta da Momò, ragazzino musulmano allevato da un’ebrea e aiutato nella vita quotidiana da un travestito senegalese e da un mangia fuoco camerunense. Pensate se fosse capitato a Calderoli…  Essendo il narratore completamente privo di ogni tipo di pregiudizio lo spaccato della vita di ognuno dei personaggi bizzarri e fuori dal comune che troviamo nel corso del libro è assolutamente realistico: nessuna opinione costruita si frappone tra noi e loro e possiamo quasi vedere la piccola comunità di camerunensi forzuti che di giorno pulisce le strade e fa il mangiafuoco e di sera sale quattro piani di scale per aiutare la vecchia pensionante ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento che non ci sta più tanto con la testa. Pssiamo anche sentire la femminilità del travestito, sempre profumata e imbellettata (molto brutta come parola ma rende l’idea) e il cui sogno più grande sarebbe quello di avere un figlio ma la natura l’ha dotata di un di più che a suo dire però la rende attrente: “un bel paio di tette e il cazzo che si può volere di più? “.

Il bello del romanzo è che non si limita ad essere una cronaca vissuta e divertente del quartiere più degradato di Parigi ma è anche una tenerissima storia di amore i cui protagonisti sono  una vecchia donna ebrea sola al mondo e un ragazzino arabo figlio di puttana senza nessuno al di fuori di lei. Il loro legame all’interno del libro è trattato con una delicatezza sorprendente, che non ricade mai nel melenso o nel dramma: il fatto di essere un arabo e un ebrea crea una tensione narrativa molto coinvolgente che resta sempre sul filo dell’ironia, con considerazioni molto sarcastiche sulla natura di entrambi i popoli che strappano sempre un sorriso. Mi sono annoiata di scrivere come fossi un libro stampato, spero non vi siate voi annoiati troppo, perchè è giunta l’ora di svelare l’autore: Romain Gary. lui

 Affascinante eh?  Se non siete stati così famelici da buttarvi sul link, vi dirò io stessa due parole sulla sua vita, se vi siete già sparati tutta wikipedia io vi dirò una cosa che lì non c’è! vi ho in mano non è vero? no?  peggio per voi! Innanzi tutto Romain Gary non è che uno pseudonimo, il suo vero nome è Roman Kacew e lui era lituano di origini russe con padre ebreo, emigrato in Francia.  Vinse il suo primo premio Goncourt nel 1956 con il libro Les racines du ciel   e il secondo con La vita davanti a sé  diciannove anni dopo. La curiosità è che lo pubblicò con lo pseudonimo Emile Ajar, nome che venne attribuito ad un parente di Gary il quale stette al gioco e si occupò delle relazioni con la stampa e quant’altro. Si scoprì la verità qualche mese dopo la morte dello scrittore quando fu pubblicato il libro Vie et mort d’Emile Ajar .  

Vorrei spendere qualche parola sulla morte di questo grande della narrativa francese: morì suicida , come la moglie Jeanne Seberg , sparandosi un colpo di pistola in bocca. Prima di compiere questo terribile gesto però - ecco la curiosità- si recò in un costosissimo negozio di Parigi  in Place Vendôme e acquistò una vestaglia di seta rossa che rendesse meno cruenta la scena mimetizzando un po’ il sangue.  Il motivo del suicidio secondo me lo intuirete all’interno del romanzo stesso, espresso da Madame Rosa in diverse occasioni: era terrorizzato dall’idea di non poter più vivere, inteso nel senso più alto ed edonista del termine,  e di essere costretto ad una sorta di sopravvivenza priva di qualsiasi piacere.

 Credo che si possa definire un dandy, ironico, sensuale, affascinante e tragico.      

          



ed wood | anti-biografia di un maestro “en travesti”


“If you want to know me, see Glen or Glenda. That’s me, that’s my story, no question. But Plan 9 is my pride and joy…”  (Edward D. Wood Jr.)

Edward D. Wood Jr. è stato a lungo considerato il peggior regista di tutti i tempi: noto per le sue eccentricità cinematografiche e personali, fu spesso esageratamente osteggiato da una critica superficiale che per molti anni ha voluto etichettare a tutti i costi questo singolare personaggio, più noto per la fama cult guadagnatasi nel corso del tempo che per gli effettivi demeriti. Certamente tra le pellicole del regista di Poughkeepsie compaiono alcune indimenticabili perle di un cinema raffazzonato e spesso delirante, ma la passione e il proverbiale ottimismo con cui attingeva agli scarsi mezzi cinematografici di cui disponeva, rendono chiaramente eccessive certe critiche. L’accecante entusiasmo con cui Ed Wood affrontava ogni sfida caratterizzò sempre i suoi lavori, fin dall’esordio cinematografico con l’incerto western Crossroads of Laredo (1948), un progetto alquanto fragile che non trovò mai una distribuzione in sala.

Gli anni dell’ascesa furono quelli compresi tra il 1953 al 1959, che seguirono uno degli eventi più rilevanti della vita personale e professionale di Wood: il casuale incontro con il divo dell’horror Bela Lugosi e l’inizio di una sincera amicizia che unì i due artisti. Wood cercò di rianimare l’oramai offuscata immagine dell’attore, all’epoca schiavo della morfina, per trovare sostegno alla sua prima vera pellicola e aiutare l’amico ad uscire dalla situazione di indigenza nella quale era caduto. Fu così che l’austero Lugosi si trovò a recitare per la fantomatica casa di produzione Screen Classics di George Weiss nel film Glen or Glenda (1953): la pellicola era vagamente ispirata alla storia, all’epoca molto chiacchierata, del transessuale Christine Jorghensen, che Wood trasformò in un contraddittorio inno al travestitismo. Sono i primi scorci di un cinema tanto rabberciato quanto passionale, che tocca vette d’ilarità parossistiche ma mai denigranti: la pellicola svela così agli amici di Ed, ed in particolare alla fidanzata Dolores Fuller, la sua passione per gli abiti femminili. Wood appare anche come protagonista della pellicola, destreggiandosi tra golfini d’angora: il risultato si sarebbe tramutato in una sorta di docu-fiction ante litteram sull’identità di genere e sul travestitismo.  Infatti tra le più eccentriche e note passioni che caratterizzarono Ed Wood e il suo percorso esistenziale e cinematografico sicuramente la più celebre fu quella per gli abiti femminili: era un travestito eterosessuale, amava indossare biancheria femminile in ogni occasione e si narra che anche quando fu arruolato in marina da giovane, non disdegnasse indossare quegli stessi indumenti intimi femminili sotto la tenuta da guerra. Nel corso degli anni, questa sorta di feticismo divenne una vera e propria ossessione, costringendolo a non poter evitare di mostrarsi travestito in pubblico e in alcune occasioni anche sul set.

Ed e la sua improbabile corte dei miracoli affrontò  le esilaranti riprese di Bride of the Monster nel 1953, con Lugosi nella parte di uno spietato scienziato intento a creare una razza di superuomini per governare il mondo: Wood scrisse infatti di sua mano interi monologhi per l’amico Lugosi, restituendo all’odierno spettatore l’amaro ritratto di un attore in fin di vita, alle prese con il proprio testamento artistico.
 

Dopo aver escogitato molteplici stratagemmi per riuscire a portare a termine le caotiche riprese di Plan 9 from the Outer Space (1959), Ed riuscì finalmente a trovare i fondi per produrre quello che sarebbe dovuto diventare il suo capolavoro, dovendo scendere a compromessi con alcuni esponenti della Chiesa Battista, chiamati a produrre la pellicola con la speranza di raccogliere i soldi necessari per un’intera serie di film sugli apostoli. Wood, non potendo permettere che il suo progetto venisse ulteriormente ostacolato, decise quindi di accettare praticamente ogni condizione impostagli dai battisti, dall’attore protagonista ad un repentino rimaneggiamento del titolo originale in quello a noi più noto.

Le riprese non si fermarono neppure dopo la morte di Lugosi e per completare le pochissime scene catturate agli ultimi giorni del grande divo venne ingaggiato Tom Mason, fisioterapista della nuova fidanzata di Wood, per una alquanto vaga somiglianza con il celebre divo, mentre vennero coinvolti nel progetto anche la celebre diva della tv Maila Nurmi, in arte Vampira, e il lottatore Tor Johnson, che diventerà interprete fisso dei successivi film di Wood.
Tom Mason improvvisato attore recitò quasi sempre a viso coperto da un lungo mantello e rappresenta, insieme alla delirante trama, alle posticce scenografie e agli effetti speciali artigianali, uno degli elementi che probabilmente hanno contribuito a far conoscere Plan 9 come il peggior film di tutti i tempi. Solo dopo la morte infatti, Ed Wood si guadagnò una fama leggendaria, soprattutto all’inizio degli anni ottanta quando Michael e Harry Medveds elessero Plan 9 from Outer Space  la peggior pellicola di tutti i tempi: le intrinseche contraddizioni ed ambiguità che caratterizzarono questo personaggio lo resero negli anni sempre più noto.

I gravi problemi economici che seguirono l’insuccesso delle sue opere lo spinsero in seguito a dedicarsi alla realizzazione di pellicole softcore e pornografiche: testimonianza di questo declino sono film come The Sinister Urge (1961) e il porno Necromania (1971). Questo frangente della vita di Wood coincise in realtà con l’inizio di un’incontrovertibile discesa verso quel tunnel di alcool e depressione che caratterizzò i restanti anni della sua vita, fino alla morte avvenuta a soli 53 anni nel 1978 per un attacco cardiaco.

Oggi Edward D. Wood Jr è considerato uno dei pionieri del genere B-movies, a lungo snobbato da certa critica il suo lavoro viene ora studiato e analizzato in ogni sua stranezza : i suoi film rappresentano i frutti acerbi dell’urgenza artistica che caratterizzò lo sfortunato cineasta. Tra le bizzarrie del suo cinema, si possono infatti intravedere gli spunti di un’estetica che, se non soffocata dalla scarsità di mezzi economici di cui Wood poteva disporre, avrebbero forse potuto evolvere in qualcosa di più accattivante. La sua fama vive oggi di un nutrito seguito di ammiratori, accresciuta proporzionalmente ai demeriti imputategli nel corso degli anni. Tra i suoi estimatori il più noto è senza dubbio il regista Tim Burton che in  Ed Wood (1994),  ha diretto il suo personale e sincero inno al cinema di Wood: surreale e fantastico.
Edward D. Wood Jr. ha trovato il suo posto nella storia del cinema.

Massimo Pornale

da: Attualità Uraniste



Lo scienziato dimenticato che ci ha dato una mano.

Qual’è l’età della terra?

Confesso che pure io ho pensato “ma chissenefrega!”; eppure dalla ricerca di una risposta, lo scienziato dimenticato a cui è dedicata questa pillola, ha salvato il genere umano da una grave minaccia. Quella del piombo.

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Clair Patterson

Ma andiamo con ordine: all’università di Chicago, a metà degli anni 50, Willard Libby, inventò la datazione radiocarbonio, un sistema per sapere l’età dei resti di tutti gli esseri viventi; quella del carbonio-14 di cui averete già sentito parlare.
Mentre Harrison Brown, sempre dell’università di Chicago e sempre nello stesso periodo mise a punto un sistema per misurare l’erà delle rocce dalla quantità di isotopi di piombo. La strada della misurazione dell’età della terra sembrava allora spianata; bastava solo misurare la quantità di piombo nelle pietre più antiche. Il lavoro pratico di misurazione (dato che ritenuto noiosissimo) fu affidato ad un tesista di umili origini: Clair Patterson. Il suo lavoro cominciò nel 1948 e si rivelò immediatamente più difficile del previsto; impiegò 7 anni a consegnare la tesi. Ma cosa sono 7 anni davanti alla possibilità di affermare l’età del pianeta?

La difficoltà  principale che Patterson incontrò nella sua ricerca fu la seguente: ogni volta che i campioni di roccia venivano esposti all’aria, erano immediatamente e inspiegabilmente contaminati dal piombo atmosferico. Il nostro scienziato ebbe allora un colpo di genio per scavalcare l’ostacolo: costruire una camera sterile in cui effettuare le misurazioni, ed usare come campioni dei meteoriti. Quando riuscì in quest’impresa, potè finalmente dire che la terra è vecchia di 4550 milioni di anni, con un errore di 70 milioni di anni!

Ora la sua attenzione però era stata catturata dalla presenza anomala di tutto quel piombo nell’atmosfera; per conoscerne la quantità esatta nei vari periodi della storia, ebbe il secondo colpo di genio: studiare i carotaggi del ghiaccio provenienti dal polo nord. Ciò avrebbe fornito la quantità esatta di piombo, anno per anno.

Da questi esami scoprì e potè dimostrare che prima del 1923 l’atmosfera terrestre era del tutto priva di questo metallo. Proprio dal 1923 era stato infatti usato come additivo nella benzina, e dalle combustioni dei motori aveva potuto diffondersi nell’aria. Patterson notò inoltre con orrore che tutti gli studi sugli effetti negativi del piombo, erano stati condotti dalla Ethyl Corporation, che riuniva le stesse compagnie che lo avevano messo sul mercato.

Da quel momento ebbe inizio la lotta di Clair Patterson contro le multinazionali e da quel momento la sua vita fu un inferno. Ma nonostante il taglio dei fondi, l’esclusione da tutti i gruppi, premi, riconoscimenti accademici e la condanna ad essere dimenticato, ebbe la sua vittoria nel 1970, data in cui il congressu USA votò il clean air act, che bandiva l’uso del piombo dalla benzina e dalle vernici. Nonostante ciò, si continuò ad usare questo pericoloso metallo fino al 1993, per le saldature delle lattine per alimenti; nel terzo mondo è ancora in uso.

Oggi la Ethil Corporation ha cambiato il nome in New Market corporation.
Vi invito ad andare a visitare il suo sito ufficiale nella parte storica, in cui il piombo non viene mai chiamato per nome, ma come “certain combination of chemicals added to gasoline”, e non si parla mai dei danni che ha provocato all’atmosfera e all’umanità. L’azienda è ancora solida e in espansione, anche se, grazie a lei, oggi ogni americano ha nel sangue 625 volte il piombo di un suo connazionale vissuto prima del 1923 (fonte Bill Bryson, “Breve storia di quasi tutto“).

Invece Patterson è morto nel 1995 insieme ai suoi colpi di genio che hanno il denominatore comune della ricerca della soluzione nei posti in cui nessuno sarebbe mai andato a cercare. Non è diventato famoso nè per i suoi incontestabili meriti scientifici, nè per la sua tenacia che ha reso il mondo un posto migliore.

Ora che conoscete la sua storia, non dimenticatevi di lui.



J’accuse!

26052008150130_cop-ricciotti_hqe1“Argomento intoccabile, l’esigenza ambientalista, riduce velocemente l’energia critica, con l’efficacia paramilitare di una nuova dittatura del pensiero. Il carattere anestetizzante di un muro vegetale irrigato goccia  a goccia è la forma più cinica e intollerante della dottrina HQE, futuro oppio dell’urbano.” Rudy Ricciotti

Come direbbe il mio amico Semola “è più facile adeguarsi al pensiero dominante che dire come la si pensa, davvero.”  Lui lo direbbe con un tono di voce greve, mentre, con il gomito appoggiato al tavolo di legno, si porta alla bocca un bicchiere pieno di birra. Poi scuoterebbe la testa come a dire: si, noi ci adeguiamo.

A volte l’architettura ha bisogno di leggi, teorie, dibattiti. E poi, ne siamo sicuri, ha bisogno di dubbi.

Bene, oggi, nel nome del dubbio, vorremmo leggere insieme a voi, una lettera al vetriolo scritta dall’architetto francese Rudy Ricciotti in risposta alle norme HQE (in italiano: Alta Qualità Ambientale) e al concetto di “sostenibilità ambientale”, nuova parola d’ordine della cultura architettonica dominante. Oggi vogliamo proporvi una risata fuori dal coro, uno schiaffo al giusto e al buono.

Perché è giusta e buona la dottrina dell’ eco-sostenibilità: ne sono piene le riviste e le università. E vecchi saggi armati di saio e cilicio invocano dai lori pulpiti la redenzione dei peccati. Santi loro, santi tutti, santi subito.
Saranno forse i novelli savonarola dell’ambiente ad avere ispirato ad una nota università italiana un concorso rivolto ai suoi studenti: l’integrazione del fotovoltaico nelle strutture dei benzinai! (many thanks to L.B).
Ora, non che si voglia per forza polemizzare, ma, santo cielo (espressione dolente).
Sembra proprio che non ci sia altra conclusione che quella a cui arriva il polemico e combattivo architetto francese: “ Ho capito, ci prendono per coglioni.”

La lettera in questione è stata pubblicata nel 2006 in Francia e nel 2008 in Italia per Alinea Editrice. Una boccata di irriverenza e d’aria fresca. Quasi meglio dei sistemi di ventilazione naturale. Ricciotti si scaglia con violenza contro quella che lui ritiene essere una “dittatura del pensiero” perpetuata dai feroci “khmer verdi”. È preoccupato dalla omologazione a cui sembra andare incontro l’architettura, in nome di principi tecnologici che domani mattina saranno buoni per il macero.
“Grazie, tecnocrati della famiglia equina dalle lunghe orecchie, che ci legalizzate la bruttezza al posto di legalizzare la marijuana. Ma fumate piuttosto.”
Il suo attacco è duro, violento. Ma non contro l’ambiente o la sua tutela: è una voce che si solleva contro il falso buonismo ambientalista, risolutore di ogni male.

Venuto fuori da un romanzo di Jean Claude Izzo o da qualche angolo del porto di Marsiglia, l’architetto francese non ha paura di non indossare l’ormai consueto “pellicciotto verde” e ci mette in guardia dai pericoli di una cultura anestetizzata e piatta.

“L’architetto deve essere verde d’ora in poi, cool, regista della propria simpatia [...] addirittura green e talvolta hyper green. Spariamo cazzate…”
“Architetti coglioni! coglioni! coglioni! coglioni! tutti insieme allo stadio, a braccetto, saltando!”

Il re è nudo! Il re è nudo!