19 luglio 2009Parker. Istruzioni per il caos
Hai mai desiderato fuggire?
Hai mai avuto uno di quei momenti in cui sai che se non te ne vai diventi pazza, perché tutti…
Non è importante dove, l’unica cosa che conta è scappare per lasciarsi andare andare all’improvvisazione di un viaggio non programmato. Un viaggio, in cui non si cerca nulla di particolare, solo, forse un po’ di disordine… Il disordine… Ma quello non lo si può raggiungere con un metodo; se provi a mettere in disordine una stanza con metodo non arriverai mai da nessuna parte. Lo sai, vero? Ha presente quel casino che ti mette a tuo agio e che trovi nelle camere dei bambini o in un letto sfatto? E’ qualcosa di spontaneo.
Ed è proprio di un genio, di cui si ricordano solo gli specialisti del caos spontaneo, che ti voglio parlare.
Kansas city, agosto 1934, calda notte fonda. Un quattordicenne con un sax sotto braccio, spinto dalla segreta ricerca dell’indeterminato, entra al Remo Club fingendosi diciottenne. L’odore delle canne che sale dai tavoli, il gusto del vino mescolato alla benzedrina e la musica dei più grandi non sono nuovi per il giovane sassofonista.
Durante i concerti degli altri sta seduto in un angolo, e, in silenzio,
scorre le dita sui tasti del suo sax e pensa. Pensa al momento in cui anche lui potrà suonare con gli altri. In queste serate, in cui puoi assaporare la caotica liberta che cerchi, è qui che prende il vizio della droga e del jazz; nessuno lo controlla, la madre è impiegata notturna, e il padre… Beh… Lui aveva tagliato la corda da un pezzo. Durante il giorno i vicini lo sentono che si allena anche undici ore di fila nel cortile di casa. Ripete, con il suo saxofono, i fischiettii e i gorgheggi degli uccelli che sente intorno; per questo tutti lo chiamano Bird. Alcuni poi dicono che poteva studiare interi spartiti a memoria dandoci una sola occhiata.
A 17 anni Bird spicca il volo: sale su un terno merci fino a Chicago, per arrivare successivamente a New York. Questo viaggio, per accontentarsi di un posto come lavapiatti al Jimmy’s Chicken Shack, anche quando suona Art Tatum. Bird che sente una nuova frontiera del Jazz, si lascia attrarre dalla padronanza del pianista ceco… Ma le improvvisazioni dei grandi non gli bastano più. Lui vuole creare caos puro quello che ha già nella sua testa, nella sua anima.
Ecco che compare dal nulla la sua occasione, nell’orchestrina del Parisien Ballroom. Un postaccio che ti puoi immaginare frequentato da uomini soli che per pochi cent si può trovare la compagnia di qualche ragazza. Ovviamente fatta e annoiata.
Lì al Parisien Ballroom nessuno ascolta la musica perché impegnato con altre cose, e Bird, lui, poteva strombazzare come gli pareva senza che nessuno ci facesse caso. Quelle nuove idee cominciano allora ad affiorare dalla testa alle dita. Con le sue alchimie di note si avvicina, senza nessuno ad ascoltare, al caos che cerca. Note rapide, potenti, veloci; così si naviga fra delle cantilene ironiche a dei temporali di note, noir come solo il jazz sa fare.
Ma in una serata al Minton’s di Manhattan, è qui che ha dato il battesimo al il suo sound: una nuova musica,
destinata a rivoluzionare il panorama degli anni 40. I critici lo chiamano Bop. Ma è crudeltà dare il nome ad uno stile, fatto da chi dagli stili voleva scappare.
Il jazz e la droga, la genialità e il successo di Bird crescono di pari passo con il suo percorso autodistruttivo. Era diventato famoso… Tutta la roba e l’alcol che voleva! Gli spacciatori erano ben contenti di mollargliela gratis: pubblicità che faceva ai loro prodotti. Caos caos caos della sua musica che cresce con quello della vita.
C’è un documento storico che ci ricorda chi era Bird. Una registrazione di “Lover Man” (ricostruira in un film con la musica originale) eseguita nel 46… Il suono del sax è fuori tempo, sballa, si interrompe di colpo, dopo delle note suonate troppo veloci con degli sbalzi di volume… Era una crisi d’astinenza! Una crisi mentre suonava. Il fiore del male di Bird, sarà pubblicata senza il suo consenso dai discografici entusiasti…
La storia di Bird termina il 12 marzo 1955 per le malattie lasciate da una vita regalata alla droga. Hai letto la storia di un genio maledetto. Un uomo che vive con un caotico demone creativo, quel demone che solo chi non si accontenta mai, può avere. Quel demone che lo ha portato nell’olimpo dei musicisti e che ha sgretolato la sua sregolata vita.
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All’anagrafe in Maryland nasce nel 1946 come Harris Glenn Milstead, ma a tutti è nota come Divine: il più celebre e irriverente travestito d’America. Protagonista e prima donna di alcune delle pellicole più provocatorie del cinema camp, Divine deve in parte il suo enorme successo alla perfetta simbiosi artistica con il cineasta John Waters. Perle di un cinema trash che hanno prepotentemente disegnato le indelebili orme di Harris “Divine” Milstead sul red carpet del cinema underground: Milstead era uomo timido e introverso nella vita “reale”, mentre oltre l’obiettivo il suo alter ego femminile esplodeva come una delle protagoniste indiscusse della scena Lgbt e non. Proprio John Waters dirige la diva nel suo primo ruolo in ”Pink Flamingos” (”Fenicotteri Rosa”) del 1972, film culto della scena newyorchese per molti anni e principe delle proiezioni notturne. Seguirono una serie di eroine ingabbiate nelle morbide curve di Divine: donne perverse, volgari fino al parossismo, tremendamente lussuriose e ciniche. Una parata di “dive negative” protagoniste di molti film di Waters, da “Female Trouble” (1974) al capolavoro “Polyester” (1981): trattavasi del primo film in “odorama”, in cui il pubblico in sala poteva gustare i fetidi olezzi dei protagonisti attraverso una gamma di adesivi da odorare… 
