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Parker. Istruzioni per il caos

Hai mai desiderato fuggire?
Hai mai avuto uno di quei momenti in cui sai che se non te ne vai diventi pazza, perché tutti…
Non è importante dove, l’unica cosa che conta è scappare per lasciarsi andare andare all’improvvisazione di un viaggio non programmato. Un viaggio, in cui non si cerca nulla di particolare, solo, forse un po’ di disordine…  Il disordine… Ma quello non lo si può raggiungere con un metodo; se provi a mettere in disordine una stanza con metodo non arriverai mai da nessuna parte. Lo sai, vero? Ha presente quel casino che ti mette a tuo agio e che trovi nelle camere dei bambini o in un letto sfatto? E’ qualcosa di spontaneo.

Ed è proprio di un genio, di cui si ricordano solo gli specialisti del caos spontaneo, che ti voglio parlare.

Kansas city, agosto 1934, calda notte fonda. Un quattordicenne con un sax sotto braccio, spinto dalla segreta ricerca dell’indeterminato, entra al Remo Club fingendosi diciottenne. L’odore delle canne che sale dai tavoli, il gusto del vino mescolato alla benzedrina e la musica dei più grandi non sono nuovi per il giovane sassofonista.

Durante i concerti degli altri sta seduto in un angolo, e, in silenzio,charlie-parker-1 scorre le dita sui tasti del suo sax e pensa. Pensa al momento in cui anche lui potrà suonare con gli altri. In queste serate, in cui puoi assaporare la caotica liberta che cerchi, è qui che prende il vizio della droga e del jazz; nessuno lo controlla, la madre è impiegata notturna, e il padre… Beh… Lui aveva tagliato la corda da un pezzo. Durante il giorno i vicini lo sentono che si allena anche undici ore di fila nel cortile di casa. Ripete, con il suo saxofono, i fischiettii e i gorgheggi degli uccelli che sente intorno; per questo tutti lo chiamano Bird. Alcuni poi dicono che poteva studiare interi spartiti a memoria dandoci una sola occhiata.
A 17 anni Bird spicca il volo: sale su un terno merci fino a Chicago, per arrivare successivamente a New York. Questo viaggio, per accontentarsi di un posto come lavapiatti al Jimmy’s Chicken Shack, anche quando suona Art Tatum. Bird che sente una nuova frontiera del Jazz, si lascia attrarre dalla padronanza del pianista ceco… Ma le improvvisazioni dei grandi non gli bastano più. Lui vuole creare caos puro quello che ha già nella sua testa, nella sua anima.

Ecco che compare dal nulla la sua occasione, nell’orchestrina del Parisien Ballroom. Un postaccio che ti puoi immaginare frequentato da uomini soli che per pochi cent si può trovare la compagnia di qualche ragazza. Ovviamente fatta e annoiata.
Lì al Parisien Ballroom nessuno ascolta la musica perché impegnato con altre cose, e Bird, lui, poteva strombazzare come gli pareva senza che nessuno ci facesse caso. Quelle nuove idee cominciano allora ad affiorare dalla testa alle dita. Con le sue alchimie di note si avvicina, senza nessuno ad ascoltare, al caos che cerca. Note rapide, potenti, veloci; così si naviga fra delle cantilene ironiche a dei temporali di note, noir come solo il jazz sa fare.
Ma in una serata al Minton’s di Manhattan, è qui che ha dato il battesimo al il suo sound: una nuova musica, charles-parker6661destinata a rivoluzionare il panorama degli anni 40. I critici lo chiamano Bop. Ma è crudeltà dare il nome ad uno stile, fatto da chi dagli stili voleva scappare.

Il jazz e la droga, la genialità e il successo di Bird crescono di pari passo con il suo percorso autodistruttivo. Era diventato famoso… Tutta la roba e l’alcol che voleva! Gli spacciatori erano ben contenti di mollargliela gratis: pubblicità che faceva ai loro prodotti. Caos caos caos della sua musica che cresce con quello della vita.

C’è un documento storico che ci ricorda chi era Bird. Una registrazione di “Lover Man” (ricostruira in un film con la musica originale) eseguita nel 46… Il suono del sax è fuori tempo, sballa, si interrompe di colpo, dopo delle note suonate troppo veloci con degli sbalzi di volume… Era una crisi d’astinenza! Una crisi mentre suonava. Il fiore del male di Bird, sarà pubblicata senza il suo consenso dai discografici entusiasti…

La storia di Bird termina il 12 marzo 1955  per le malattie lasciate da una vita regalata alla droga. Hai letto la storia di un genio maledetto. Un uomo che vive con un caotico demone creativo, quel demone che solo chi non si accontenta mai, può avere. Quel demone che lo ha portato nell’olimpo dei musicisti e che ha sgretolato la sua sregolata vita.



L’altro volto di Simenon

“La verità non sembra mai vera“.

Il libro che  ho deciso di propinarvi questa settimana è ‘Lettera al mio giudice’, di Georges Simenon.lettera2 Sì proprio questo qui a destra. Suppongo che conosciate un po’ tutti l’autore, Simenon per l’appunto, ma immagino lo conosciate soprattutto per le inchieste del suo personaggio più famoso: il commissario Maigret e non per i suoi romanzi. Confesso che avevo delle riserve- io detesto i gialli- sul suo conto e poi credo di essere rimasta traumatizzata dalla visione da uno dei film tratti dai suoi gialli: mia madre è patita del commissario Maigret e decisa a farmi entrare “nell’atmosfera parigina che ti piace tanto”  (cito testualmente) mi piazzò qualche anno fa sul divano consigliandomi caldamente la visione di un film con Gino Cervi che impersonava il burbero commissario. Penso di aver perso conoscenza dopo un minuto e mezzo al massimo. Ebbene, dopo quell’esperienza mi rifiutai sempre più cocciutamente di leggere qualsivoglia giallo di Simenon. Ma l’astuta genitrice, subdolamente, mi passò la scorsa settimana il romanzo- che io, altrettanto subdolamente, consiglierò a voi-dicendomi: ” Eddai su! La devi superare! -come se si trattasse di un momento oscuro della mia vita- Questo è un romanzo e non compare Maigret, non è un giallo, prova!” . Neanche dovessi prendere una medicina. Ebbene, questo romanzo è stupendo: Simenon descrive le ambientazioni i gesti delle persone, le atmosfere in maniera semplicemente perfetta. Sembra quasi di viverla la provincia francese da lui descritta. La sua bravura però non si esaurisce nella precisa descrizione degli “arredi” del romanzo: riesce anche a penetrare il vissuto dei protagonisti. Ohi che frasona. Ora per vedere se l’ho capita davvero anche io provo a spiegarla: la trama di Lettera al mio giudice è esattamente quella descritta nel titolo. Ahahah.. beh è vero. L’intero romanzo è un lettera scritta dal protagonista a processo ormai finito al suo giudice istruttore:

Dottor Ernest Coméliau,
Giudice istruttore,
23 bis, rue de Seine
Parigi (VIe)

Signor giudice,
vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei.
Durante le settimane dell’istruttoria abbiamo passato lunghe ore insieme: ma allora era troppo presto. Lei era un giudice, il mio giudice, e io avrei fatto la figura di chi cerca di scolparsi. Adesso sa che non si tratta di questo, vero?

L’intero romanzo è quindi il disperato tentativo di un uomo di farsi comprendere da qualcuno, sintetizza in breve ciò che noi tentiamo di fare ogni giorno con le persone che ci sono vicine: cerchiamo in ogni modo di trovare chi riuscirà davvero a capire cosa stiamo facendo e perchè.  L’esito della ricerca non sempre va a buon fine ma….  Quello che voglio dire è che per quanto la storia del protagonista possa sembrare banale ciò che veramente colpisce di questo romanzo è la profonda umanità con cui Simenon tratta il protagonista, la finezza psicologica con cui arriva a cogliere tutte le sfumature di un rapporto turbolento e passionale che porta il protagonista a subire il processo, senza mai cadere nella trappola del cliché dell’amante geloso o in quello della storia d’amore tragica.

In teoria l’articolo sarebbe finito qui, perchè ho finito di presentarvi il libro del mese e quindi dovreste essere abbastanza soddisfatti, almeno spero. Nel frttempo però, mi sono presa la briga di leggere altri due romanzi di Simenon- non i gialli- azione sottolineata da un poco elegante ghigno di vittoria di mia madre, e vi garantisco che sono capolavori; mi limiterò a citarne i titoli e ad invitarvi calorosamente (si dice?) a leggerli: I fantasmi del cappellaio e Gli intrusi. I personaggi sembrano spuntare fuori dal romanzo tanto sono descritti bene e forse, come è capitato alla sottoscritta, vi sembrerà di essere stati almeno una volta nella vita al posto loro, non per ciò che capita loro ma per come lo vivono.



divine | [drag] queen of trash

 

All’anagrafe in Maryland nasce nel 1946 come Harris Glenn Milstead, ma a tutti è nota come Divine: il più celebre e irriverente travestito d’America. Protagonista e prima donna di alcune delle pellicole più provocatorie del cinema camp, Divine deve in parte il suo enorme successo alla perfetta simbiosi artistica con il cineasta John Waters. Perle di un cinema trash che hanno prepotentemente disegnato le indelebili orme di Harris “Divine” Milstead sul red carpet del cinema underground: Milstead era uomo timido e introverso nella vita “reale”, mentre oltre l’obiettivo il suo alter ego femminile esplodeva come una delle protagoniste indiscusse della scena Lgbt e non. Proprio John Waters dirige la diva nel suo primo ruolo in ”Pink Flamingos” (”Fenicotteri Rosa”) del 1972, film culto della scena newyorchese per molti anni e principe delle proiezioni notturne. Seguirono una serie di eroine ingabbiate nelle morbide curve di Divine: donne perverse, volgari fino al parossismo, tremendamente lussuriose e ciniche. Una parata di “dive negative” protagoniste di molti film di Waters, da “Female Trouble” (1974) al capolavoro “Polyester” (1981): trattavasi del primo film in “odorama”, in cui il pubblico in sala poteva gustare i fetidi olezzi dei protagonisti attraverso una gamma di adesivi da odorare…  

Infine, il successo più commerciale con “Grasso è bello” (1988) in cui interpreta sia un ruolo maschile che uno femminile e completato poco prima della scomparsa. Divine non divenne solo l’inconfondibile star trash del cinema indipendente, ma anche la protagonista più “glitterata” della musica dance: negli anni ‘80 i suoi provocatori brani scalarono le classifiche americane ed europee, imponendo la sua straripante immagine al grido di “You Think You’re A Man”.
L’ascesa di Divine fu stroncata a 43 anni nel 1988, quando per complicazioni dovuti ai suoi problemi di obesità, morì soffocata nel sonno.

Regina indiscussa dell’estetica underground, Divine perpetua ancora oggi il simbolo di una sessualità/sensualità sconvolgente e ribelle: giocando con le sfumature acide del grottesco, Milstead riuscì ad conquistare una notorietà senza pari proprio e grazie alla sua innata capacità di mostrare senza remore al pubblico ciò che normalmente viene considerato immorale e raccapricciante. Dimostrando di saper osservare le nefandezze umane con lo sguardo ironico del farsesco, con lo sguardo lascivo di un vero sex symbol.

Filmografia di Harris “Divine” Milstead:

  • Roman Candles (1966) 
  • Eat Your Makeup (1968) 
  • The Diane Linkletter Story (1969) 
  • Mondo Trasho (1969) 
  • Multiple Maniacs (1970) 
  • Pink Flamingos (1972) 
  • Female Trouble (1974) 
  • Polyester (1981) 
  • Lust in the Dust (1985) 
  • Trouble in Mind (1985) 
  • Tales from the Darkside (1987) 
  • Hairspray (1988) 
  • Out of the Dark (1989)

  Massimo Pornale

da: Attualità Uraniste