18 novembre 2009Verso i limiti del linguaggio!
Sono le 11 e nella cartoleria non c’è quasi nessuno.
La commessa dietro al bancone, si guarda le unghie con aria mesta mentre un distinto signore davanti ad uno scaffale di penne usa e getta, tenta di trovare quella che lo accompagnerà per le prossime settimane. Quali pensieri lo tormentano durante la scelta?
“Questa nera spessa, scorre bene, ma con quel prezzo ne compravo tre… Questa decisamente meglio…”
Ecco che s’insinua nella testa del signore la sua immagine intenta ad usare la penna scelta, nel suo studio dal caldo contorno porpora. Sulla scrivania riposano fogli di carta spessa. “Perché se fossero sottili, l’inchiostro della penna trovata, passerebbe attraverso come sangue su un lenzuolo. Troppo denso. Allora per la carta leggera userò una penna più sottile”. Ma più sottile c’è solo blu.
Quindi si immagina mentre scrive in blu sui fogli più leggeri e in nero su quelli più spessi.
“Penna blu sottile su fogli sottli e penna nera spessa su fogli spessi, sembra ottimo”.
Poi va verso le matite. Per i margini dei suoi libroni di psicologia, per sottolineare quel venti percento che Vilfredo Paredo riteneva essenziali. “Sì, ci vuole una matita”. L’evidenziatore gli era sempre sembrata un’azione di una violenza inaudita nei confronti di un libro inerme.
Ma non cercava una matita di quelle che si temperano, di temperini ne ha già persi troppi. Le matite rimaste spuntate come vette di montagne disegnate male, rimanevano ancora in un cassetto nella loro vana attesa di essere richiamate al lavoro.
“Prenderò un portamine”. E così davanti allo scaffale giusto: “spessa o sottile?” E anche qui, la risposta “dipende da cosa ci vuoi fare” aleggia sovrana.
Arrivati a casa, davanti al monitor che avete sotto agli occhi, vi assale il pensiero della scelta del mezzo. Non del mezzo per scrivere (la sua scelta non è difficile, ci pensa la pubblicità ), ma del mezzo per pensare. Che penna si usa per pensare? La prima penna, che si ostina a perdere ininterrottamente e ossessivamente inchiostro, è il pensiero discorsivo.
Quasi senza sforzo potete prendere in mano la seconda penna. Il pensiero per immagini. L’azione di immaginare, o l’immaginazione è un’altro valido strumento di pensiero.
Poi potete continuare a cercare e trovare le altre penne, come il pensiero che fa riferimento alla musica, quello ai movimenti corporei, quello informatico, quello matematico…

Pensare alla parola "Penna"
Per il momento però, vorrei divagare solo sui primi due.
L’immaginazione è il pensiero primitivo, quello attraverso il quale si possono fare previsioni, ipotesi, progetti, idee che tendenzialmente vogliono diventare parte della realtà .
Il pensiero discorsivo invece si avvale di un linguaggio nato per comunicare fra gli individui e non per parlare da soli. Presto però assume il predominio delle meningi e ci fa dimenticare il suo scopo iniziale. Viene utilizzato come linguaggio per comunicare con noi stessi. Viene anche usato come strumento di indagine, e qui ci si avvicina al suo limite. La realtà indagabile con il linguaggio discorsivo è una delle basi su cui è stato formulato il linguaggio stesso. Se il linguaggio si appoggia sulla realtà perché è stato costruito in essa, modificare le ipotesi della realtà con il linguaggio significa modificare o far crollare il linguaggio che si sta usando. Volendo usare una metafora, scavare fra le fondamenta delle mura della realtà usando la pala del linguaggio discorsivo, significa aspettare qualche minuto prima che la casa crolli in testa o che la pala scompaia. Allora per indagare la realtà si dovrebbe usare un linguaggio che non sia basato su essa, ma che abbia come conseguenza la realtà ! Esiste tale linguaggio? A differenza del linguaggio discorsivo l’immaginazione non è stata inventata con uno scopo. Potrebbe essere quello il linguaggio cercato, oppure è uno di quelli a cui ho fatto riferimento prima o non è nemmeno lì?

Immaginare una penna
Curioso che i maggiori filosofi della storia abbiano pensato di usare in prevalenza il linguaggio discorsivo, senza prima porsi delle domande sui suoi limiti. Assurdo pensare che sia stato tutto tempo perso, eppure… Era un po’ più a suo agio, il linguaggio discorsivo di cui stiamo parlando, nel descrivere la cartoleria dell’introduzione. Come si crogiola beatamente, come si adagia comodo sulla carta, nelle commedie di Shakespeare, di Wild, di Brecht, di Goldoni…! Come se fosse stato inventato apposta (!). Come è diventato aspro, ostico, insulso, nelle ultime righe quando ha inizato a spiegarsi da solo. Come è ancora noioso ed insipido nei libri di filosofia di Hegel, Kant… Avrebbero anche potuto cercare un “sistema” più utile per comunicare le loro idee. Almeno provarci, come aveva fatto Nietzsche: “Ma che cosa è la parola? La traduzione di uno stimolo nervoso in suoni. Ma il concludere dallo stimolo nervoso ad una causa fuori di noi è già il risultato di un’applicazione falsa ed ingiustificata del principio di ragione”.
In questo post, che nonostante gli sforzi è diventato un insalatona di astrusità mal condite, volevo introdurre le Idee di Alfred Korzybski. Per una questione di spazio lo sfornerò per voi un’altra volta, e proverò a dargli un sapore più definito. Per il momento vi chiedo di accontentarvi di questo assaggio: la realtà è già data per esistente nella formulazione del linguaggio discorsivo, quindi non c’è modo di descriverla con il medesimo. Funziona alla perfezione quando si tratta di commedie e tragedie, diventa indigesto altrimenti. Usare il linguaggio quando per sua definizione non funziona è come tentare di svitare un bullone con una forchetta. Frustrante.
-John Ludos
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